25/07/2013

Il peggio del peggio #1: anni ’80

Esistono varie categorie di dipendenza. L’ascoltatore normale compra i dischi che gli piacciono. Per il feticista musicale di medio livello, invece, alcuni dischi sono da avere assolutamente. Quello di livello avanzato guarda addirittura l’edizione del disco, consapevole che la ristampa di un album uscito nel 1969 non vale quanto la prima release. Purtroppo per me, per mia moglie e per il mio portafoglio, io appartengo a quest’ultima, disgraziata categoria. La lista degli album che devo avere aumenta di giorno in giorno, lasciandomi nella spiacevole condizione di desiderare sempre di più rispetto a quello che ho. Immagino che parecchi soffrano della stessa patologia. C’è solo da stare sereni perché è incurabile e non esiste nessuna medicina.

La galassia musicale è costituita da stelle brillanti, che emanano la luce abbagliante dell’eccellenza. È però altrettanto vero che esistono enormi buchi neri in questo universo, privi di qualsiasi luminosità e in grado di risucchiare l’energia positiva emanata dai pianeti vicini. Ci sono dei dischi, specialmente in alcuni periodi, che è bene non avere. Album che, per usare la definizione di un amico, sono musica per non udenti.

Gli anni ’80 sono un periodo particolare, caratterizzato da grandi cambiamenti ed enormi successi. Si parla poco però della fuffa, nonostante la sovrabbondanza di quest’ultima. Non è stato quindi facile scegliere i dieci peggiori lavori discografici di quel periodo. In realtà non voglio dare importanza a questi lavori ma, pensando al feticista musicale medio che vede nel pop anni ’80 la soluzione dei suoi problemi, questo articolo dovrebbe suonare come un fermo, tonante avvertimento.

10 – Thomas Dolby: The Flat Earth

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Questo disco è totalmente inutile. La possibilità di riuscire a sentire più di due canzoni è una sfida alla resistenza di qualsiasi ascoltatore. L’album, uscito nel 1984, è privo di picchi e sfrutta l’onda di una fortunata quattordicesima posizione nelle classifiche UK di quel periodo. Come ci sia arrivato è un mistero che nemmeno i Maya riuscirebbero a svelare. D’altra parte titoli come “I Scare Myself” e “Mulu The Rain Forest” parlano da soli.

9 – The Hooters: One Way Home

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L’album intendeva replicare il successo di Nervous Night, disco già di per sé discutibile. Il miglior uso possibile per questo lavoro è come ferma porta o per pareggiare una sedia traballante.

8 – Julian Lennon: The secret Value of Daydreaming

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Se bastassero i geni dei genitori per fare buona musica questo disco di Julian Lennon avrebbe potuto essere un capolavoro. Purtroppo i geni non bastano e Julian Lennon dal padre ha preso solo il naso. “Stick Around”, traccia d’apertura dell’album, è stata al primo posto della Mainstream Rock Tracks di Billboard magazine. Questo conferma l’anziana attitudine dei “giornalisti” di Billboard che stilano le loro classifiche basandosi sui numeri delle vendite.

7 – The Knack: But Little Girls Understand

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I The Knack sono il classico gruppo che si è perso dopo un singolo di grande successo. “My Sharona” infatti è probabilmente l’unica loro canzone che vale la pena di ricordare. Nonostante la media dei loro lavori sia ben sotto la sufficienza, l’album But Little Girls Understand riesce a raggiungere lo zero assoluto, riproponendo il concetto fisico di vuoto cosmico. L’LP in vinile è però ottimo per schiacciare le mosche sul muro.

6 – The Clash: Cut The Crap

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Mi piange il cuore, i Clash sono da sempre fra i miei preferiti, ma qui si pone una questione d’onestà. In inglese “Cut The Crap” significa “smettila!”, detto in maniera volgare e diretta. Può corrispondere al nostro “non rompermi i coglioni!” che è esattamente in linea col pensiero di qualsiasi mammifero senziente dopo 5 minuti di ascolto dell’album.

5 – A-ha: Scoundrel Days

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È inutile parlarne, gli A-ha fanno cagare.

4 – Bob Dylan: Down in the Groove

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Con tutta probabilità questo è l’album peggiore dell’intera discografia di Dylan. Il disco è stato modificato almeno tre volte prima di uscire, con  sei sessioni di registrazione per una lavorazione di quasi sei anni. È uno dei lavori con il maggior numero di collaborazioni, tutte prive di senso. L’apoteosi della barbarie musicale è “Death Is Not The End” realizzata con le liriche e i vocalizzi più inutili della Full Force, gruppo Hip Hop di Brooklyn. Per chi volesse approfondire, basterebbe mettere a confronto la canzone con la cover di Nick Cave del 1996.

3 – Cristopher Cross: Another Page

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Non sono mai stato un ammiratore di Cristopher Cross. Non lo considero un totale incapace, ma vorrei tanto riuscire ad odiarlo. Perché non esiste niente di peggio che la musica sciapa, quella che non suscita emozioni. Preferisco odiare una band, non sopportare un album, piuttosto che metter un disco che non mi dà assolutamente niente.

2 – Kiss: Music from the Elder

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L’unica cosa atipica del nono album studio dei Kiss è che, in otto anni di carriera precedenti l’uscita di questo obbrobrio, hanno deciso di non pianificare nessun tour per portare l’inutilità della tracklist di fronte ad un pubblico. Rendersi conto di un errore è importante, ma evitarlo sarebbe meglio.

1 – The Jim Carroll Band: Catholic Boy

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L’elemento più originale dell’album è la foto di copertina, scattata da Annie Leibovitz. Ascoltando una canzone che racconta i lutti vissuti da Carroll nella sua vita, “People Who Died”, anche io affronto il tema della morte. Augurandomi che mi venga a prendere prima della fine del disco.

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