06/08/2013

Fade to Black #1: Blues & Soul

Sto seduto sul divano dopo un campeggio a 2’300 metri che mi ha fatto ulteriormente capire quanto velocemente io stia invecchiando. Avvicino il mio computer tra dolori muscolari e un’enorme diminuzione della mia autostima dovuta alla mia scarsa, quasi imbarazzante, condizione fisica. Finito di compiangermi ricordo di aver promesso ad un amico lettore un articolo che affrontasse i più bei libri della musica black. Come al solito il talebano in me sa bene che i libri, anche i più belli, possono solo illuminare una strada. È l’ascoltatore che decide se percorrerla e, una volta incamminatosi per quella strada, se farsi stupire dal panorama che lo attende o se tornare a casa con il cuore pieno di delusione.

Va detto che la maggior parte dei libri di musica a cui tengo li conservo in formato elettronico, spesso si tratta di antologie di oltre 300 pagine e non ho nessuna voglia di sfondare le mie già precarie librerie. Il fatto è che, una volta letto un libro, difficilmente ci torno su e mi è pure più comodo aprire un file mentre ascolto un disco piuttosto che sfogliare la bibbia di Gutenberg alla ricerca di informazioni.

La seconda premessa riguarda la lingua: i libri migliori sono in inglese. Non che non esistano libri validi in italiano, ma spesso questi attingono a piene mani da volumi precedentemente scritti in inglese. Vale dunque fare un minimo di fatica e scoprire di più dai protagonisti di quel genere.

La terza e ultima premessa riguarda Wikipedia. Il mio giudizio sulla qualità delle informazioni reperibili su Wiki è abbastanza severo, penso semplicemente che i dati spesso vengano assemblati e presentati come sono nella testa della persona che ha scritto quella voce. Ciò significa inevitabilmente che l’unica cosa verificabile in ogni articolo sono le fonti, poiché come sono usate dipende dalla persona dietro al computer, e le persone sono strane. Quindi la migliore maniera di consultare Wikipedia è una ricerca che parta dalle fonti citate, così che i liberi di pensiero possano farsi una propria opinione cum grano salis.

Dando un’occhiata al mio hard disk pieno di files inutili, trovo due libri che mi hanno cambiato la vita. Due vere e proprie pietre miliari nel panorama della musica black. Il primo è “The Devil’s Music: A History Of The Blues” scritto divinamente da Giles Oakley e il secondo è “Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom” di Peter Guralnick.

The Devil’s Music: A History Of The Blues

devils

Questo libro tratta tutto quello che dovete sapere sul blues. Parte da New Orleans e, seguendo il fiume, narra la storia della musica sul Delta del Mississipi. Non si può parlare di blues senza parlare di Robert Johnson e non si può parlare di Johnson senza tirare in ballo il diavolo. Il demonio popola le leggende del blues dalla nascita di questo genere, il libro di Oakley non solo ne parla, ma tira fuori testimonianze inedite, pagine di diari strappate e interviste mai lette o sentite altrove. L’autore ha fatto una ricerca di oltre un quarto di secolo per scrivere questo volume e, riga dopo riga, il lettore percepisce lo spessore e l’attendibilità delle informazioni. Si parte dal primo suono di New Orelans e si arriva ai tendoni in cui i musicisti si esibivano durante le fiere, poi si fa tappa davanti ai primi teatri che ospitavano concerti, bevute e scazzottate. Si parla anche del ruolo, spesso sottovalutato, che le donne ebbero nello sviluppo e nella diffusione della musica blues, partendo dalla meravigliosa Bessie Smith. Divertentissimo leggere dei primi studi di registrazione che ad Atlanta e a Memphis spuntavano come funghi, di come spesso un singolo veniva suonato, registrato e stampato in mezza giornata. Questo libro parla a chi già ama il blues e a chi ancora non lo conosce, dando tutti gli elementi necessari per formarsi: si parla del contesto, si parla dell’epoca, si parla dei personaggi e del significato del genere musicale. Ci sono Charley Patton, W.C. Handy, Lead Belly, Henry Thomas che metteva le basi per il Texas blues. Chi ama il blues troverà questo libro pieno di sorprese, un percorso musicale ricco di scoperte e informazioni impossibili da reperire in qualsiasi altro modo. Ne consiglio la lettura sia agli estremisti talebani che ai semplici curiosi.

Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom

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A parte la sua totale, quasi malsana infatuazione nei confronti di Elvis Presley, Peter Guralnick è uno dei maggiori esperti di storia musicale degli Stati Uniti. Il motivo per cui amo questo libro più di altri dello stesso genere, è perché non ha paura di affrontare la realtà. La realtà è che la musica soul non può essere apprezzata davvero se non si capisce a pieno il contesto sociale e culturale in cui ha preso piede. Se vogliamo davvero parlare di soul si deve parlare di Rosa Parks, si deve parlare del Black Wall of Pride di Atlanta e di quanto il rhythm and blues fosse il massimo dello sviluppo di quel genere prima che cambiasse forma e colore, come un camaleonte, diventando funk. Anche in questo libro le cose vengono affrontate come in una discussione ricca di spunti e nuove nozioni. Illuminanti le tante interviste con i protagonisti del genere, fra cui Jerry Wexler (vice presidente della Atlantic Records), Rodgers Redding (fratello di Otis), Garnet Mimms o Wilson Pickett. La parte centrale del libro parla della Stax Records, dal 1961 alla Golden Age del 1967, fino alla definitiva separazione dalla Atlantic. Si racconta di quando Sam & Dave registrarono Hold On I’m coming negli studi della Stax e di come nacque I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales. Si parla di studi, di bobine e di vinili, mentre per strada il Movimento per i Diritti Civili partoriva il braccio più violento della protesta, le Pantere Nere.

Dopo aver riletto qualche paragrafo per scrivere questo articolo sposto il computer e sono sempre più convinto che i libri non risolvono i misteri, non regalano magicamente la conoscenza di tutto il soul o il blues suonato fino ad ora. Mostrano una strada fatta di esperienze reali, di incontri con i protagonisti, di storie che non si conoscono se non in minima parte. Presentano i fatti prima delle opinioni e questa è di per sé una garanzia di qualità. E poi, diciamolo, è meglio conoscere tutta la storia da chi l’ha fatta piuttosto che brandelli dei fatti messi insieme da qualche ragazzino brufoloso, grasso e pseudo esperto su Wikipedia.

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22/07/2013

Braccia rubate all’agricoltura: Stubborn Heart

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Eccomi al capolinea. Mi sforzo. Cerco di capire le intenzioni degli Stubborn Heart, cerco di capire i critici britannici della BBC che ne parlano come di “un duo che ha creato un nuovo mondo, la cui musica ha forgiato un pop alternativo proveniente da un altro pianeta” (cit. Tom Hocknell, BBC Online Reviews).

Nessuno dice che questo pianeta è già stato esplorato da gente come James Blake o i Four Tet. Il risultato dell’esplorazione è che non c’è vita su quel mondo. Non c’è mai stata.

Per quale motivo spaccarsi la testa? Perché voler trovare per forza qualcosa di positivo? I grandi dischi esistono perché la musica è costellata di lavori mal fatti, approssimativi e privi di qualsivoglia forma di decenza.
Perché mai parlarne allora? Perché qualcuno dovrà aprire gli occhi dannazione! Come si fa osannare testi con significati inesistenti, in grado di essere replicati alla perfezione dal più stupido degli ornitorinchi?

Troppe domande. Troppe poche risposte. Il disgusto mi attanaglia lo stomaco immediatamente e senza farsi attendere. La prima traccia è un goffo tentativo di sposare un testo fintamente soul, cantato in modo scarsamente pop, unito in qualche modo con una strumentale banalmente elettronica.

Alla seconda traccia “Better Than This”, mi rendo conto che non sarebbe stato difficile fare meglio di così. Mi viene il sangue al cervello e cerco di cancellare ogni traccia del loro passaggio sul mio lettore musicale.

Sono pentito di non avere per le mani il CD per poterci passare sopra con l’automobile e dargli fuoco, ballandoci intorno e ridendo come in un rito sabbatico. Riflettendo mi rendo conto che Tom Hocknell, il giornalista che li ha recensiti, è solo uno dei tanti poveri stolti che osannano la novità. Uno che non ha mai scritto una recensione negativa, un critico privo dell’occhio critico e con un probabile deficit all’udito. Il nuovo fa bene, ha sempre fatto bene alla musica, ma c’è novità e novità. A volte qualcosa è nuovo perché il mondo non ha ancora sentito un’idea tanto brillante, altre volte invece la novità sta nel fatto che nessuno avrebbe mai avuto un tale cattivo gusto.

Il disco è sbagliato, il suono è sbagliato e mi auguro che qualcuno se ne renda conto. Agli ammiratori degli Stubborn Heart vanno le mie più sentite condoglianze, unite alla speranza che l’ascolto di quest’album possa aiutarli nella loro costipazione musicale. Andate, vi prego, andate a cagare.

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21/07/2013

Lost and Found #1: Il frutto proibito di Nina Simone

Nina

Quando si parla di Nina Simone ci si dovrebbe inchinare. Non solo, bisognerebbe avere la riservatezze e il rispetto per spendere poche, significative parole sul suo conto.
In questo caso parlerò di un disco, ben conosciuto agli appassionati ma spesso purtroppo sottovalutato: The Forbidden Fruit. Si ha a che fare qui con una raccolta di tracce che di certo non hanno reso famosa la nostra Eunice, come l’hanno chiamata i genitori.

Enorme è il rimpianto di non averla mai vista dal vivo, non mi resta altro che godermi il live alla Carnegie Hall e immaginare come sarebbe potuto essere. The Forbidden Fruit è un album sofisticato. Breaking rocks out here on the chain gang/Breaking rocks and serving my time, cantava Nina ed è esattamente quello che ha fatto. Ha davvero spaccato pietre, metaforicamente parlando. Ha lavorato una vita, partendo con il sogno di diventare una pianista classica, pagandosi le scuole di canto grazie alle serate che faceva nel fumoso Midtown Bar & Grill, sulla PAcific Avenue di Atlantic City.

Nonostante facesse parte della stessa generazione eclettica di Aretha Franklin o Dusty Springfield, ha dovuto lottare per il successo più di ogni altro suo collega. Ha lottato tutta la vita, e lo si sente dalla sua voce calda e sofferta. Ha studiato ed è arrivata ad essere talmente brava che difficilmente si può rimandare il suo stile di canto a qualche artista sentito prima di lei.
Certo, sia chiaro, ai Tempi di The Forbidden Fruit non era ancora esplosa la Nina Simone del movimento per i diritti civili, non aveva ancora scritto “Mississipi Goddam”, non aveva ancora cantato “Old Jim Crow”, si tratta quindi di una fase di passaggio. L’album è interessante per questo, perché è indefinito nell’indefinibile mondo musicale di questa grande artista.

Il fango denso e, a volte, intrappolante del blues di quell’epoca se lo lascia scorrere addosso rispettando la tradizione. Salta con la leggerezza di un cerbiatto dal jazz acrobatico al blues più profondo, in un disco che difficilmente si riesce a sentire tutto insieme. Ma questo non è un problema quando “No Good Man” alleggerisce il mio salotto in una tiepida sera estiva, non è un problema quando mi sembra l’amante segreta di Muddy Waters in “Rags and Old Iron”, scritto per lei da Norman Curtis e Oscar Brown Jr. Di certo non è un problema quando mi godo “Where Can I Go Whithout You”, con musica di Victor Young. Tutta gente in gamba insomma.

Nina Simone è come il buon vino, migliora con l’età. Per questo non si tratta del suo migliore disco, anzi, probabilmente è uno dei peggiori. Ma io ho sempre avuto un debole per i reietti.

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