21/07/2013

Lost and Found #1: Il frutto proibito di Nina Simone

Nina

Quando si parla di Nina Simone ci si dovrebbe inchinare. Non solo, bisognerebbe avere la riservatezze e il rispetto per spendere poche, significative parole sul suo conto.
In questo caso parlerò di un disco, ben conosciuto agli appassionati ma spesso purtroppo sottovalutato: The Forbidden Fruit. Si ha a che fare qui con una raccolta di tracce che di certo non hanno reso famosa la nostra Eunice, come l’hanno chiamata i genitori.

Enorme è il rimpianto di non averla mai vista dal vivo, non mi resta altro che godermi il live alla Carnegie Hall e immaginare come sarebbe potuto essere. The Forbidden Fruit è un album sofisticato. Breaking rocks out here on the chain gang/Breaking rocks and serving my time, cantava Nina ed è esattamente quello che ha fatto. Ha davvero spaccato pietre, metaforicamente parlando. Ha lavorato una vita, partendo con il sogno di diventare una pianista classica, pagandosi le scuole di canto grazie alle serate che faceva nel fumoso Midtown Bar & Grill, sulla PAcific Avenue di Atlantic City.

Nonostante facesse parte della stessa generazione eclettica di Aretha Franklin o Dusty Springfield, ha dovuto lottare per il successo più di ogni altro suo collega. Ha lottato tutta la vita, e lo si sente dalla sua voce calda e sofferta. Ha studiato ed è arrivata ad essere talmente brava che difficilmente si può rimandare il suo stile di canto a qualche artista sentito prima di lei.
Certo, sia chiaro, ai Tempi di The Forbidden Fruit non era ancora esplosa la Nina Simone del movimento per i diritti civili, non aveva ancora scritto “Mississipi Goddam”, non aveva ancora cantato “Old Jim Crow”, si tratta quindi di una fase di passaggio. L’album è interessante per questo, perché è indefinito nell’indefinibile mondo musicale di questa grande artista.

Il fango denso e, a volte, intrappolante del blues di quell’epoca se lo lascia scorrere addosso rispettando la tradizione. Salta con la leggerezza di un cerbiatto dal jazz acrobatico al blues più profondo, in un disco che difficilmente si riesce a sentire tutto insieme. Ma questo non è un problema quando “No Good Man” alleggerisce il mio salotto in una tiepida sera estiva, non è un problema quando mi sembra l’amante segreta di Muddy Waters in “Rags and Old Iron”, scritto per lei da Norman Curtis e Oscar Brown Jr. Di certo non è un problema quando mi godo “Where Can I Go Whithout You”, con musica di Victor Young. Tutta gente in gamba insomma.

Nina Simone è come il buon vino, migliora con l’età. Per questo non si tratta del suo migliore disco, anzi, probabilmente è uno dei peggiori. Ma io ho sempre avuto un debole per i reietti.

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