04/03/2014

The Pussywarmers & Réka – I Saw Them Leaving (2014)

the-pussywarmers-musica-i-saw-them-leavingIl fatidico terzo disco. Ma esiste davvero? O forse era il secondo? Poco importa, perché il percorso fatto dalla band ticinese, dal primordiale My Pussy Belongs To Daddy, un concentrato di ritmi sbilenchi, suoni abrasivi e un’attitudine punk che ci regalava piccole gemme quali, tanto per citarne una, il blues sguaiato di My Time Has Gone, alla loro seconda opera, il fenomenale The Chronicles Of The Pussywarmers, dove la scrittura si affinava e il range stilistico abbracciava nuovi mondi, fino ad arrivare a questo I Saw Them Leaving, è stato certamente lungo, ma non privo di soddisfazioni. Anzi. Tour europei a toccare quasi tutti gli angoli del continente, recensioni non di rado entusiastiche e, soprattutto, la consapevolezza di non appartenere unicamente al microcosmo locale dal quale sono spuntati e fioriti, bensì di possedere un respiro molto, infintamente più ampio. Candidati al prossimo Eurosong? Non diciamo eresie, qui si parla di musica seria (non sempre, e per fortuna!), lasciamo la kermesse canora più cool al mondo (dopo Sanremo, s’intende) a coloro che se la meritano: qui preferiamo sguazzare in un fangoso e variopinto sottobosco musicale, un crocevia di storie e melodie talmente trafficato che neanche all’ora di punta su una qualsiasi tangenziale intorno a Milano.

Ma veniamo al dunque: dopo l’addio alla leggendaria Voodoo Rhythm di Beat-Man e l’approdo all’italiana Wild Honey, nel primo scorcio di questo 2014 vede finalmente la luce il terzo capitolo del quartetto fattosi dapprima quintetto (l’arrivo della tromba, già apprezzato nel precedente lavoro, fondamentale nelle trame sonore, in particolare negli episodi dal sapore balcanico e/o sudamericano) e poi sestetto, con l’entrata in organico in pianta stabile (?) di Réka, voce suadente e tastiere. Una genesi lunga, ma, ad ascoltare le 10 tracce che compongono questo I Saw Them Leaving, si può senz’altro dire che l’attesa sia stata ripagata. Ampiamente, aggiungerei. Il suono si è fatto più denso, gli arrangiamenti più curati e, soprattutto, a questo giro le canzoni sono semplicemente fantastiche. Se l’attacco di Under the Sea si potrebbe definire, sempre che abbia un senso, un classico pezzo da Pussywarmers, con il suo andirivieni che fa tanto ballata fifties, la seguente Sunrise è una perla di musica surf, proiettata nel 2014 dalle spiagge californiane dei primi anni sessanta, iniettata di morfina; Looking Over parte come un blues sgangherato e termina da qualche parte nel cielo notturno, prima che l’alba lo impregni di scie rosacee, mentre There Are Always Two Answers è un ipnotico connubio tra echi dream-pop (qualcuno ha detto Beach House?) e le crepuscolari nenie di Timber Timbre. L’apice del disco è il garage poppeggiante di Something You Call Love, una chicca che smuove il basso ventre e che avrebbe fatto la sua porchissima figura su un qualsiasi Nuggets o Pebbles.

I Saw Them Leaving è questo e, al contempo, molto di più; al primo ascolto piace, al secondo ammalia, al terzo entusiasma e ogni volta che riparte vi si scoprono nuove sfumature, in questo suo stratificato intreccio di strumenti, con le sue tastiere vintage a fare la parte del leone e con la voce di Réka che in più di un’occasione (sarà scontato dirlo, ma non posso esimermi dal farlo) ricorda da vicino quella di una certa Nico. Se il debutto dettava le coordinate e il seguito ne confermava la bontà, questo terzo capitolo certifica l’ineluttabile: i Pussywarmers scrivono grandi canzoni e le grandi canzoni, si sa, durano per sempre.

 

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14/11/2013
ad7ebd4e

Fuzz – L’oscuro abisso di Ty Segall

ad7ebd4eTy Segall è un po’ come il prezzemolo: lo trovi ovunque. E spesso, anche. Il che è un bene; non ricordo una singola nota registrata e suonata dall’allampanato californiano che non mi abbia, come minimo, provocato un fremito simile a una scossa elettrica. Ty Segall è uno che parla poco e suona tanto: nel solo 2012 almeno 3 dischi portavano (anche) la sua firma. Prima la brillante escursione nei sixties un po’ poppeggianti e un po’ acidi di Hair, in compagnia di White Fence. Poi insieme alla Ty Segall Band, per il devastante Slaughterhouse, un lurido susseguirsi di brani a metà strada tra il garage alla Back from the Grave e incendiarie sassate punk, il tutto affogato nella solita melmosa pastura di fuzz e feedback. Orgasmi sonori. Infine il più conciliante Twins, in cui l’animo melodico dell’autore risaltava maggiormente, collegamento diretto a quel Goodbye Bread che nel 2011 sembrava averne definitivamente sancito la maturità artistica. Il 2013 era iniziato con due ristampe: una, i Traditional Fools, in cui pareva davvero di ascoltare un gruppo dei primi anni sessanta, l’altra in compagnia di Mikal Cronin (sua spalla sul palco per diversi anni), dove garage, punk e surf si miscelavano in un frullato distorto e coloratissimo. Ad agosto di quest’anno un nuovo passaggio in solitaria con Sleeper, intimo ritratto acustico di un’anima perduta e, sempre nello stesso mese, il debutto con i suoi Fuzz, dove siede dietro le pelli e sbraita allegramente nel microfono: non una novità il suo ruolo di batterista, laddove il 2012 l’aveva visto protagonista ai tamburi in quello che fu l’immenso esordio di Nick Waterhouse. Ma questa è un’altra storia.

Fuzz. Mai ragione sociale fu tanto profetica: l’effetto di chitarra preferito (o, perlomeno, quello maggiormente abusato) di Ty Segall a dare il nome alla sua nuova creatura, ennesima incarnazione di un rigurgito artistico incredibilmente florido e, al contempo, qualitativamente elevatissimo. I compagni di (s)ventura stavolta rispondono al nome di Roland Cosio, al basso, e Charles Moothart alla sei corde e il sound, sebbene non discostandosi in maniera radicale dalla recente produzione di Segall, guarda in maniera decisa verso i seventies anziché al decennio precedente. In buona parte dei brani la chitarra sembra esser suonata da un clone di Tony Iommi dopo una gita di qualche mese nel deserto del Mojave, mentre in altri riaffiora un minimalismo punk che suggella canzoni quali Preacher e Sleigh Ride. Sfumature stoner aleggiano come nebbia chimica sull’intero lavoro, laddove l’opener Earthen Gate si barcamena tra Fu Manchu e Nebula e la granitica Hazemaze, un groove assassino, chiama ancora una volta in causa il Sabba Nero di Birmingham, prima di liquefarsi nell’istrionico isterismo dei Thee Oh Sees. Per chi scrive l’apice è  Loose Sutures, dove fanno capolino gli Zeppelin più intransigenti a braccetto coi Mountain e coi primi Radio Moscow, e la più tysegalliana (mi si perdoni il neologismo) di tutte, quella What’s in my Head? che avrebbe potuto tranquillamente essere infilata in uno dei suoi dischi solisti più melodici. Mettiamo le cose in chiaro: questo lavoro, come praticamente tutte le uscite odierne, non porta nulla di nuovo alla musica rock. Non la rivoluziona. Ma, a differenza di praticamente tutte le uscite odierne, brilla di una luce propria e incendia l’animo come una feroce fiammata dall’inferno. Non volete gustarvi il viaggio? Poco male, ci pensiamo noi di notjustacopy.

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29/07/2013

Grattando il fondo #1: Il mondo psichedelico di Roky Erickson

13th Floor Elevators Pyramid with Eye 5

Spesso appartenere alla categoria dei pazzi può essere molto comodo. Permette di farsi da parte, di essere fuori dalla cerchia dei “normali”, fuori dalle loro chiacchere, dai loro lavori monotoni e dalle loro cravatte. Molti ci tengono all’idea di rimanere “fuori”. Capisco molto bene chi non vuole essere accomunato ad una corrente, a un movimento culturale, ad un unico genere musicale. Le generalizzazioni mi stanno strette da sempre, ma quanto è bene non fare parte del mucchio quando è il mucchio stesso che ti ha cacciato? Quanto può far bene la solitudine, quella vera?

Sarà che sono stufo di leggere recensioni su musicisti conosciuti che, a conti fatti, non hanno mai portato una vera innovazione all’interno del loro genere. Sono stufo marcio del giornalettismo che ritiene la critica musicale poco utile, prostituendosi con un gran sorriso al miglior offerente per un po’ di visibilità. Sono stanco di leggere belle parole prive di anima, finte opinioni più che opinabili.

Eccomi dunque al limite dell’esaurimento avendo ormai superato da tempo quello della follia. Voglio scrivere di un gruppo che ha fatto la storia del garage rock e del rock psichedelico: i 13th Floor Elevators. Si tratta senza ombra di dubbio della band più sottovalutata della storia del rock, spariti come per magia da moltissime antologie, hanno una storia che vale la pena raccontare. Li ascolto in cuffia ad alto volume, mentre le mie dita battono freneticamente sulla tastiera, scandendo il ritmo della vendetta.

Diciamo le cose come stanno, il periodo che va tra il 1965 e il 1969 ha cambiato il modo di fare, di sentire e di parlare di musica per sempre. Sono gli anni di Rubber Soul dei Beatles, di Out of Our Heads degli Stones, gli anni di Blonde on Blonde di Dylan, di Freak Out! di Frank Zappa. È il periodo dei capolavori. Appena si pensa a quell’arco di tempo vengono in mente ragazzi con i capelli lunghi, Woodstock e un sacco di musica indimenticabile. In un tempo di tale fermento su tutti i fronti, è inevitabile che alcune band siano finite nel dimenticatoio, tritate dal successo di un unico singolo o schiacciate sotto la generale indifferenza.

Tra queste band, per mille vicissitudini, ci sono anche i 13th Floor Elevators. Le ragioni della loro segregazione a gruppo cult non sono frutto di una scelta dei membri, ma possono essere ricondotte a diverse cause. Buona parte è dovuta al fatto che la loro intera discografia si concentra in 4 album, pubblicati nell’arco di tre anni. Di questi, 3 sono frutto dei loro sforzi in studio e uno è un album fintamente live, costituito da cover e versioni non definitive a cui sono stati posti degli applausi in un secondo momento per replicare l’effetto dal vivo. Oltre alla quantità relativamente ridotta della loro produzione, altri fattori hanno contribuito allo sfacelo di questa band, che occupa senza dubbio una posizione essenziale nella storia del rock, sia garage che psichedelico.

Uno dei fattori determinanti va ricondotto al buon vecchio Roky Erickson, cantante e fondatore del gruppo. In un soleggiato pomeriggio del 1968, alla fiera mondiale tenutasi a San Antonio, in Texas, Erickson ha iniziato a parlare una lingua incomprensibile e senza senso nel bel mezzo di un concerto. In meno di un mese gli viene diagnosticata un’acuta forma di schizofrenia e lo spediscono in un ospedale psichiatrico di Houston, dove lo “curano” con una “terapia” a base di elettroshock. Il Texas, stato di origine della band, è di vedute molto strette per quanto riguarda l’uso di droga e probabilmente sia il pubblico, sia le autorità hanno visto un attacco schizofrenico in un fricchettone che era solo strafatto di LSD.

Come moltissimi gruppi in quell’epoca, anche i 13th Floor Elevators erano forti sostenitori dell’uso di droghe allucinogene per aprire i propri sensi. Ora, se già band palesemente affermate come i Beatles o i Rolling Stones erano sotto sorveglianza da parte della polizia per i loro testi e per la loro attitudine anticonvenzionale, posso solo immaginare quanto i gruppi meno famosi potessero essere tartassati. Sempre Erickson fu arrestato nel 1969 dalla polizia di Austin per il possesso di una canna. Un singolo spinello stava per fargli passare dieci anni in prigione, così si dichiarò non colpevole a causa di una diagnosticata malattia mentale. Dopo alcuni tentativi di fuga, tutti finiti male, lo spediscono alla clinica psichiatrica criminale di Austin, dove subirà altri elettroshock e dove gli verrà somministrata una quantità tale di torazina da far assopire un toro da monta.

Roky Erickson rimase in clinica per 3 anni, fino al 1972. Uscito riformò una band ma, nonostante la sua voce stupendamente graffiante, non arrivò mai ad avere l’impatto che ebbero i 13th Floor Elevators sulla musica delle future generazioni. Voglio quindi rispondere alle domande con cui ho aperto questo articolo. Rimanere “fuori” da un certo giro, da certe mode, significa non farsi influenzare. Se è vero che la creatività attinge ovunque, è anche vero che l’originalità sta nell’assenza di influenze. La musica suonata dagli Elevators proviene da un altro pianeta, non tanto per la loro abilità tecnica, ma per la ricerca che è stata fatta a monte. Per questo gli va riconosciuto il primato della sperimentazione a nervi scoperti di un tipo di rock ancora inesistente a quei tempi, insieme alla gigantesca influenza che hanno avuto (e che hanno) sul rock.

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