06/11/2013

Uno spaventapasseri non tanto spaventoso

Avantasia-The_Scarecrow-Frontal

‘Sera a tutti, un nuovo disturbatore della quiete pubblica si fa vivo sul nostro grande piccolo spazio di condivisione di deliri, scleri e occasionalmente qualche pensiero più normale.
Sono Moreno, la mia storia non è interessante ma le mie parole potrebbero esserlo.

Oggi voglio presentarvi il mio punto di vista su quello che è un album che ho sventrato, più e più volte, nel corso degli ultimi anni. Here we go!

Avantasia, nome molto conosciuto nel mondo del metal moderno. Nati dalla fervida mente di Tobias Sammet, frontman e cantante degli Edguy che, non pago del successo di questi ultimi, ha deciso di mettere insieme il suo supergruppo dei sogni.

tobias_sammet

Avantasia è la collaborazione tra Tobias e diversi grandi artisti, cantanti, chitarristi, per comporre la “Metal Opera”, fra l’altro primi due album creati dal gruppo.
Ma non sono qui per parlare di Tobias, degli Avantasia o di quanto siano buoni questi taralli che mi accompagnano nella recensione, sono qui per parlare di The Scarecrow.

L’album è stato creato in collaborazione con diversi artisti attivi nella scena metal moderna come Roy Khan (Kamelot), Michael Kiske (ex Helloween), Alice Cooper e tanti altri che non sto qui a citare, provenienti da diversi stili, dando alle canzoni un carattere sempre diverso, un po’ heavy metal, un po’  dark e, ovviamente, non mancano le ballate sdolcinate con pianoforte e acuti al limite delle corde vocali.

L’opening track, Twisted Mind, è un pezzo piuttosto semplice, non di grande impatto, che però scorre senza annoiare (troppo), non brutto, non memorabile. Ha un che di dejà-vu nella composizione che non lo fa spiccare per originalità.
Come secondo brano arriviamo al pezzo(ne) che da titolo all’album, The Scarecrow. A primo acchito, 11 minuti di pezzo possono spaventare (Pall Floyd Docet) ma in questo caso, si mantiene piacevole con una melodia interessante e degli intermezzi solistici, a mio avviso, ben realizzati. Da sentire anche nella versione Live nel DVD The Flying Opera, brividi all’intermezzo!
Shelter from the Rain, terzo brano dell’album, si guadagna il titolo, insieme a Another Angel Down e Lost in Space, di Metal da Radio, ovvero con melodie molto adatte al “grande pubblico”, molto orecchiabili e degne di un Bon Jovi, non che sia un male, assolutamente, semplicemente non è materiale che mi aspetto da questo artista.
Abbiamo le 3 ballad più sdolcinate dell’album inoltre, Carry me Over, What Kind of Love e Cry just a little. Tre pezzi molto emotivi, il primo più semplice e diretto, mentre gli altri due composti in modo più “forbito”, tra pianoforti, violini, angeli che cantano e pisciano, e quant’altro. What Kind of Love merita un plauso speciale per il duetto di voci, da brivido IMHO.
Per concludere, troviamo l’esotica e dark The Toy Master, una collaborazione con Alice Cooper, e si sente, un must da ascoltare, e le meno conosciute e più passabili Devil in the Belfry e I don’t believe in your love. Godibilissime ma nulla di speciale o originale, come lo sono ad esempio The Scarecrow o The Toy Master, personalmente insieme a Lost in Space, Carry me Over e What kind of Love, i pezzi meglio riusciti dell’album intero.

Per chiudere vi do solo un consiglio: compratelo. Sammett ha, come sempre finora, tirato fuori un prodotto che tutto sommato è validissimo e adatto alle orecchie di una buona fetta del pubblico. Il resto della torta fa mulinare la testa al suono di una chitarra a 8 corde troppo distorta. A chi piace quel genere di metal estremo sconsiglierei l’ascolto. Avantasia non sono brutali sebbene definiti metal!
In più la copertina l’è ‘popo fica.

Cheers.

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05/11/2013

Celebrità, peste, herpes e altre piaghe del nostro tempo.

È da parecchio che non aggiorno questo spazio. Dopo una latitanza tanto lunga, probabilmente nessuno si aspettava più nulla. A quelli fra voi che hanno cessato di aspettarsi degli articoli a scadenza regolare su notjustacopy dico: fate bene. Smettete di attendere, poiché le cose della vita mi hanno obbligato ad essere meno presente del solito e di questo, naturalmente, non mi scuso. Vi saranno tuttavia delle sorprese nel futuro prossimo venturo, accadimenti e trasformazioni che potranno piacevolmente stupirvi. Quindi non siate tirchi e lasciate la mancia alle cameriere.

Avevano ragione i The Byrds quando nel 1967 cantavano “So You Want to Be a Rock’n’Roll Star”, brano profetico nell’ottica di ciò a cui assistiamo oggi. Ormai arranchiamo inebetiti una società che reputa di maggiore importanza l’immagine rispetto alla sostanza. Quando diventare una celebrità è più importante che fare musica, si crea un meccanismo perverso per cui l’artista è concentrato sulle impressioni del pubblico più di quanto non dovrebbe. Il risultato di un tale dispendio di energie è catastrofico: la (maggior parte della) musica si appiattisce, diviene di plastica e vuota. Perde l’anima, simile ad un preservativo usato e poi gettato per terra.
Ho sempre provato pena per quella corrente di pensiero vecchia e decrepita, che vede il rock perire alla fine degli anni Settanta. Il rock è vivo e vegeto, nonostante il mito delle star avvolga con la sua schiuma marcia tutto ciò che ci circonda, musica inclusa. Il problema sta nel fatto che gruppi alla loro prima registrazione si preoccupano più del videoclip che della ricerca di un suono che li distingua, o che semplicemente gli piaccia. Si pensa all’immagine. A quello che la gente “vuole”. Se i Ramones si fossero chiesti come il pubblico avesse accolto quattro capelloni che non sapevano suonare, avremmo perso delle canzoni fantastiche. Se Lou Reed, tremebondo in seguito ad una crisi d’astinenza, si fosse concentrato su argomenti più politicamente corretti, i Velvet Underground si sarebbero limitati agli esperimenti di noise rock più seminali. Più in là ancora, se Kim Gordon non avesse iniziato a calpestare il proprio basso in preda ad un delirio alcolico, i suoni ipnotici dei Sonic Youth sarebbero rimasti confinati nel suo cervello. Certo il nuovo è un rischio, fa paura e, di sicuro, ha un futuro più incerto rispetto al pacchetto preconfezionato, ma chi vuole un futuro certo stia alla larga dalla musica e vada a lavorare in banca.
Quanto ancora dovremo assistere impassibili all’annichilimento della nostra materia grigia prima di reagire? Quanto ancora sopporteremo le band di prime donne che, tra la pubblicità di uno shampoo lisciante e lo spot di una bevanda zuccherata, masturbano i propri cerebri dinnanzi a migliaia di “Like” su Facebook? Quand’è che diremo, finalmente, “ora mi sono rotto le palle”?!
Nei suoi consueti deliri auto celebrativi, il Re Lucertola diceva di sé stesso e dei The Doors:

Penso che in questi giorni, specialmente negli Stati Uniti, devi essere un politico o un assassino o qualcosa del genere, per essere davvero una superstar”.

Siamo tutti figli illegittimi di Charlie Manson e Miley Cyrus, attaccati morbosamente all’idea della star quanto i greci a Zeus. Seguitiamo a nutrirci di un latte putrefatto, troppo pigri per alzarci e cercare altre libagioni. Assistiamo impietriti all’abbattimento di tutto ciò che è eccezionale, in favore di quella mediocrità che non ci porta verso l’estremo, sia esso nel bene o nel male, ma ci spinge a sprofondare nella calda e consolante mota del nostro scontento.

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07/08/2013

Il peggio del peggio #3: lo schifo degli anni ’60

L’ho sentito dire centinaia di volte: “i successi musicali degli anni ’60 sono tali da dimenticare i peggiori fallimenti”. Dimenticare però è sempre un errore, perché ci furono anche i disastri. Per vederli distintamente, basta un breve percorso interiore. Il primo passo consiste nel riconoscere che le vendite non necessariamente simboleggiano la qualità di una canzone. Il secondo è accettare che gruppi fantastici possano aver fatto un pezzo che ti asciuga la voglia di vivere.
Chi mi conosce e chi mi legge crede che io sia un vecchio bastardo nostalgico che mai e poi mai toccherebbe delle canzoni di un’epoca così ricca ed ispirante quanto gli anni sessanta. In parte avete ragione, in parte sottovalutate il talebano estremista che è in me. Saprò dunque raggiungere lo stato di quiete e il distacco necessari per scrivere senza lasciarmi trasportare? Naturalmente no.
Giacché mai nulla di male si dice su questo periodo, ho creduto corretto colmare questa vorticosa lacuna. Quando ci si sofferma a pensare alla musica del secolo scorso, l’immagine degli anni ’60 è la proiezione stessa dei grandi artisti che di quel tempo sono figli. Errore. Gigantesco, sconsiderato errore.
Si tratta di un periodo di sperimentazione in tutti i campi, il nuovo era il motore di quel decennio. Tuttavia, quando si sperimenta, capita a volte che i risultati facciano davvero cagare. Credere dunque che esista un periodo musicalmente senza macchie è ingenuo almeno quanto essere convinti che Babbo Natale guidi un furgone della Coca Cola trainato da mille renne a forma di lattina.

10. Kenny Rogers – Ruby, Don’t Take Your Love to Town (1969)

kenny rogers & the first edition - ruby, don't take your love to town 1969 front

Iniziamo subito uccidendo l’Elvis Presley del country. Il testo di questo pezzo parla di un uomo che ritorna dal Vietnam menomato e che, a causa della sua particolare condizione fisica, viene lasciato dalla sua donna, tale Ruby. Ora, in quale modo un contenuto del genere si sposa con una ballad country/pop? In nessuno. Io non odio Kenny Rogers, semplicemente lo trovo un cantautore appena mediocre se paragonato a Jimmy Martin, Willie Nelson, Don Gibson, Buck Owens e molti altri dello stesso genere nel medesimo periodo.

9. Jimmy Cross – I Want My Baby Back (1965)

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Ovvero quando la sperimentazione riesce male. Basterebbe ascoltarla brevemente per capirlo altrettanto in fretta. Detto questo, lascio che gli incoscienti intenzionati ad arrivare al primo minuto d’ascolto sappiano a cosa vanno incontro. Si tratta di un pezzo recitato, o di una recitazione musicata a dipendenza di quale malato, perverso, distorto punto di vista si usi per guardare l’intera faccenda. La scala diatonica possiede solo sette note, se alcune combinazioni non hanno mai preso piede è semplicemente perché nessun orecchio le sopporta. Il mio meno di altri.

8. Bobby Goldsboro – Honey (1968)

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Questa è davvero la più melensa, melmosa merda romantica sull’amore perduto. Come sempre non è il tema che conta, ma come lo si affronta. Questo pezzo ha un maggiore effetto sui ritmi sonno-veglia del più potente anestetico. Vorrei potermi accanire maggiormente, ma ho troppo sonno.

7. Ohio Express – Yummy Yummy Yummy (1968)

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Canzone conosciuta e gettonata sia tra gli appassionati della musica pop brillantata di quell’epoca, sia tra la tribù dei “si stava meglio quando si stava peggio”. Bubblegum pop music è il genere a cui questo pezzo appartiene, si tratta di musica fatta apposta per impressionare le masse incontrollabili di adolescenti. Io ho 33 anni e rimango ancora impressionato quando ascolto questo pezzo. Mi impressiona come si possa cadere così in basso.

6. The Crystals – He Hit Me (And It Felt Like A Kiss) (1962)

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Un altro concorrente per il premio “temi che dovrebbero essere trattati diversamente”. La canzone affronta il problema della violenza domestica da un punto di vista nuovo, quello del masochismo. Del resto, cosa c’è di meglio al mondo che essere riempita di cazzotti dal vostro partner? Alla sua uscita il pezzo non venne quasi mai trasmesso in radio e molti protestarono per la natura controversa del tema. Io protesto semplicemente perché musicalmente fa schifo.

5. The Archies – Sugar Sugar (1969)

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Primo: i The Archies sono un gruppo fittizio, fatto di personaggi inventati per un cartone animato che andava in onda negli Stati Uniti ogni domenica mattina. Quindi il loro contributo alla musica è pari a quello di Cristina D’Avena che canta la sigla di Kiss Me Licia. Secondo: il pezzo è talmente privo di significato che i testi di Cristina D’Avena sembrano scritti da Leonard Cohen se paragonati a Sugar Sugar.

4. The Beatles – Ob-La-Di, Ob-La-Da (1968)

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Per la serie “ecco perché preferisco Revolver al White Album”. So che farò incazzare tutti i beatlesmaniaci che mi leggono, il che in parte mi rallegra e in parte mi diverte. Certamente quattro ragazzi così produttivi e influenti come i Beatles, una cagata dovevano pur farla. Eccola qui. Impacchettata con citazioni fintamente eccezionali, come quella su Desmond Dekker, questa canzone è insopportabile. È roba vecchia anche per Buddy Holly, figuriamoci per i Beatles che nello stesso album avevano materiale come Yer Blues o Helter Skelter. Riesco a perdonare Paul McCartney solo augurandomi che fosse in un paradiso lisergico lontano dall’umana dimensione cosmica quando ha registrato questa schifezza.

3. Napoleon XIV – They’re Coming to Take Me Away, Ha-Haaa! (1966)

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Chiariamo subito: detesto i finti alternativi che, solo perché un singolo ha avuto poco successo, mi fanno sentire le loro grandi scoperte. In questo pezzo non c’è niente di grande, a parte la noia. Succede sempre con i pezzi strani, se sono poco ascoltati o se vengono riscoperti a decenni dalla loro pubblicazione entrano magicamente a far parte del culto dei ricercatori. Ciò che duole, a parte i testicoli, è che non vi è alcuna ricerca da fare. È semplice: il pezzo è uno schifo.

2. Larry Verne – Mr. Custer (1960)

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Questa canzone è una devota preghiera nei confronti del Generale Custer, in cui lo si implora di non attaccare gli “indiani selvaggi” (cito dal testo). Non so se mi infastidiscono di più i finti cori indiani all’inizio del pezzo o il tono da cowboy fieri del coro. Mi permetto di citare Tarantino e sostengo con tutto me stesso che questa canzone è utile quanto un buco del culo sul gomito.

1. Susan Christie – I Love Onions (1966)

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Susan Christie merita questo posto. Cantante relativamente poco conosciuta in Europa, il suo singolo di maggiore successo è un’ode alle cipolle. La parte peggiore è il (palesemente) finto ambiente anni ’30 di questa canzone, con la Christie che intona sorridente e con un fil di voce questa sbobba cacofonica e potenzialmente radioattiva. Quando la ascolto, immagini di torture sanguinarie e di pura gloria sadica invadono la mia mente, riscaldandomi l’anima. Se dovessi mai stilare una top five dei peggiori pezzi di sempre, questa traccia occuperebbe una posizione importante.

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