05/11/2013

Celebrità, peste, herpes e altre piaghe del nostro tempo.

È da parecchio che non aggiorno questo spazio. Dopo una latitanza tanto lunga, probabilmente nessuno si aspettava più nulla. A quelli fra voi che hanno cessato di aspettarsi degli articoli a scadenza regolare su notjustacopy dico: fate bene. Smettete di attendere, poiché le cose della vita mi hanno obbligato ad essere meno presente del solito e di questo, naturalmente, non mi scuso. Vi saranno tuttavia delle sorprese nel futuro prossimo venturo, accadimenti e trasformazioni che potranno piacevolmente stupirvi. Quindi non siate tirchi e lasciate la mancia alle cameriere.

Avevano ragione i The Byrds quando nel 1967 cantavano “So You Want to Be a Rock’n’Roll Star”, brano profetico nell’ottica di ciò a cui assistiamo oggi. Ormai arranchiamo inebetiti una società che reputa di maggiore importanza l’immagine rispetto alla sostanza. Quando diventare una celebrità è più importante che fare musica, si crea un meccanismo perverso per cui l’artista è concentrato sulle impressioni del pubblico più di quanto non dovrebbe. Il risultato di un tale dispendio di energie è catastrofico: la (maggior parte della) musica si appiattisce, diviene di plastica e vuota. Perde l’anima, simile ad un preservativo usato e poi gettato per terra.
Ho sempre provato pena per quella corrente di pensiero vecchia e decrepita, che vede il rock perire alla fine degli anni Settanta. Il rock è vivo e vegeto, nonostante il mito delle star avvolga con la sua schiuma marcia tutto ciò che ci circonda, musica inclusa. Il problema sta nel fatto che gruppi alla loro prima registrazione si preoccupano più del videoclip che della ricerca di un suono che li distingua, o che semplicemente gli piaccia. Si pensa all’immagine. A quello che la gente “vuole”. Se i Ramones si fossero chiesti come il pubblico avesse accolto quattro capelloni che non sapevano suonare, avremmo perso delle canzoni fantastiche. Se Lou Reed, tremebondo in seguito ad una crisi d’astinenza, si fosse concentrato su argomenti più politicamente corretti, i Velvet Underground si sarebbero limitati agli esperimenti di noise rock più seminali. Più in là ancora, se Kim Gordon non avesse iniziato a calpestare il proprio basso in preda ad un delirio alcolico, i suoni ipnotici dei Sonic Youth sarebbero rimasti confinati nel suo cervello. Certo il nuovo è un rischio, fa paura e, di sicuro, ha un futuro più incerto rispetto al pacchetto preconfezionato, ma chi vuole un futuro certo stia alla larga dalla musica e vada a lavorare in banca.
Quanto ancora dovremo assistere impassibili all’annichilimento della nostra materia grigia prima di reagire? Quanto ancora sopporteremo le band di prime donne che, tra la pubblicità di uno shampoo lisciante e lo spot di una bevanda zuccherata, masturbano i propri cerebri dinnanzi a migliaia di “Like” su Facebook? Quand’è che diremo, finalmente, “ora mi sono rotto le palle”?!
Nei suoi consueti deliri auto celebrativi, il Re Lucertola diceva di sé stesso e dei The Doors:

Penso che in questi giorni, specialmente negli Stati Uniti, devi essere un politico o un assassino o qualcosa del genere, per essere davvero una superstar”.

Siamo tutti figli illegittimi di Charlie Manson e Miley Cyrus, attaccati morbosamente all’idea della star quanto i greci a Zeus. Seguitiamo a nutrirci di un latte putrefatto, troppo pigri per alzarci e cercare altre libagioni. Assistiamo impietriti all’abbattimento di tutto ciò che è eccezionale, in favore di quella mediocrità che non ci porta verso l’estremo, sia esso nel bene o nel male, ma ci spinge a sprofondare nella calda e consolante mota del nostro scontento.

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