20/07/2013

I tempi stanno cambiando: è ora di conoscere il vero Bob Dylan

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Tony Glover all’epoca aveva solo 24 anni, la sua abilità nel blues era già nota ai più. Si sapeva che Tony aveva un buon carattere, che peggiorò col tempo diventando il vecchio bastardo che tutti noi amiamo, ma in quel momento della sua vita era solo un ventiquattrenne che suonava il blues. Era il settembre del 1963 e Tony andava a far visita al suo amico Bob Dylan, che stava seduto per terra nel suo appartamento, circondato da fogli pieni di poesie, appunti, canzoni e ogni genere di pensiero scribacchiato e appuntato con la fretta di chi ha bisogno di bloccare un’idea.

Appena entrato Tony, vedendo il mare di carta per terra che quasi annega il suo amico, prende un foglio a caso. Dopo averlo tirato su, comincia a leggerlo ad alta voce: come senators, congressmen please heed the call. Era il foglio originale su cui Dylan stava scrivendo The Times They Are a-Changin’.

Più di vent’anni dopo, nell’album Biograph, i fanatici di Dylan sentiranno le belle interviste registrate e condotte da Cameron Crowe, in una delle quali Dylan dichiarerà:

Volevo scrivere una grande canzone fatta di versi brevi e concisi, per metterli insieme in modo quasi  ipnotico. Il movimento per i diritti civili e il movimento della musica folk si stavano avvicinando e io volevo che fossero allineati.”

Beh, direi proprio che ci è riuscito. Ora, quando si parla di Dylan, molti sono naturalmente prostrati a venerare il Dio dietro quella chitarra e con quell’armonica davanti alla bocca. Io invece difficilmente idolatro chicchessia in maniera gratuita. Che Dylan abbia scritto e composto bellissime canzoni è assolutamente fuori discussione, che abbia influenzato pesantemente con quella sua voce nasale e insistente la musica fatta durante e dopo di lui è altrettanto innegabile. Da qui però a sostenere, come fa certa stampa, che il suo migliore lavoro è l’album The Times Are A-changin’ ce ne passa eccome.

La traccia che dà il titolo al disco è piazzata dal Rolling Stones Magazine (versione americana, si badi) al numero 59 tra le 500 canzoni migliori al mondo, qualche posizione dopo “When a Man Loves a Woman” del grande Percy Sledge. Il problema che quei geni redazionali del Rolling Stones non hanno considerato è che non puoi costruire delle classifiche basate sul numero di vendite. Se e quando si stila classifica, lo si fa usando il criterio della qualità. Tant’è che, ascoltando l’album The Times Are A-changin’ senza lasciarsi impressionare dall’impatto storico avuto dalla titletrack, pezzi come “North Country Blues” o “Ballad of Hollis Brown” hanno, musicalmente, un valore decisamente maggiore.

Certo questo sfugge, perché non ce n’erano di hippie strafatti di LSD a cantare le ballads di blues, bellissime, scritte da Bob Dylan in quegli anni. Capita a tutti gli artisti che scrivono una canzone che, per un motivo o per l’altro, riscuote un grande successo. Basti pensare a quanti fan dei Beatles sanno a memoria “Ob-La-Di, Ob-La-Da” e si dimenticano di “Helter Skelter”. O a tutti quelli che adorano il tema centrale del film Shaft, la cui soundtrack è curata da Isaac Hayes, ma ti guardano a bocca a perta quando gli parli di “Early Sunday Morning” o di “Be Yourself”.
Spesso si ritiene che il singolo più noto sia anche il migliore pezzo dell’album, anche quando la differenza di qualità con altre canzoni è palese.

Continuo con la mia operazione di distruzione dell’importanza data a questa canzone di Dylan nel corso degli anni, faccio un passo avanti e cito un bel passaggio del libro di Clinton Heylin, Bob Dylan Behind The Shades Revisited. Un passaggio che ci narra di quando Tony Glover, di cui si è parlato qualche paragrafo fa, dopo aver letto il testo di The Times They Are a-Changin’ dice a Dylan: “Amico, cos’è questa merda?”. Lo stesso Dylan, che in moltissime interviste future parlava di lotta per i diritti umani e di liberazione della gioventù legata a quella canzone, risponde all’amico con un lapidario: “Beh, sai, sembra essere quello che la gente vuole sentire”. (cit. Heylin, Bob Dylan Behind The Shades Rivisited, p. 126).

Questo dovrebbe far riflettere molti mancati sessantottini che vedono in quella canzone il “simbolo della rivolta”. In realtà la discografia di Bob Dylan è piena di perle, così come lo è il disco in questione. “When The Ship Comes In”, per citarne una su tutte, è stata una delle canzoni di Dylan che conta il maggior numero di cover, persino il francese Hugues Aufray l’ha riproposta in francese nell’improbabile “Le jour ou le bateau viendra”.

Ma il disco in generale come suona? Non meglio e non peggio dei dischi di Dylan in quel periodo, la registrazione in studio era ancora sporca e molto vicina alle esibizioni dal vivo. Ma ci vogliono ancora due anni, bisogna aspettare il 1966 per il vero album capolavoro del poeta capellone del Minnesota: Blonde on Blonde.

bonbdylan

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