14/11/2013
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Fuzz – L’oscuro abisso di Ty Segall

ad7ebd4eTy Segall è un po’ come il prezzemolo: lo trovi ovunque. E spesso, anche. Il che è un bene; non ricordo una singola nota registrata e suonata dall’allampanato californiano che non mi abbia, come minimo, provocato un fremito simile a una scossa elettrica. Ty Segall è uno che parla poco e suona tanto: nel solo 2012 almeno 3 dischi portavano (anche) la sua firma. Prima la brillante escursione nei sixties un po’ poppeggianti e un po’ acidi di Hair, in compagnia di White Fence. Poi insieme alla Ty Segall Band, per il devastante Slaughterhouse, un lurido susseguirsi di brani a metà strada tra il garage alla Back from the Grave e incendiarie sassate punk, il tutto affogato nella solita melmosa pastura di fuzz e feedback. Orgasmi sonori. Infine il più conciliante Twins, in cui l’animo melodico dell’autore risaltava maggiormente, collegamento diretto a quel Goodbye Bread che nel 2011 sembrava averne definitivamente sancito la maturità artistica. Il 2013 era iniziato con due ristampe: una, i Traditional Fools, in cui pareva davvero di ascoltare un gruppo dei primi anni sessanta, l’altra in compagnia di Mikal Cronin (sua spalla sul palco per diversi anni), dove garage, punk e surf si miscelavano in un frullato distorto e coloratissimo. Ad agosto di quest’anno un nuovo passaggio in solitaria con Sleeper, intimo ritratto acustico di un’anima perduta e, sempre nello stesso mese, il debutto con i suoi Fuzz, dove siede dietro le pelli e sbraita allegramente nel microfono: non una novità il suo ruolo di batterista, laddove il 2012 l’aveva visto protagonista ai tamburi in quello che fu l’immenso esordio di Nick Waterhouse. Ma questa è un’altra storia.

Fuzz. Mai ragione sociale fu tanto profetica: l’effetto di chitarra preferito (o, perlomeno, quello maggiormente abusato) di Ty Segall a dare il nome alla sua nuova creatura, ennesima incarnazione di un rigurgito artistico incredibilmente florido e, al contempo, qualitativamente elevatissimo. I compagni di (s)ventura stavolta rispondono al nome di Roland Cosio, al basso, e Charles Moothart alla sei corde e il sound, sebbene non discostandosi in maniera radicale dalla recente produzione di Segall, guarda in maniera decisa verso i seventies anziché al decennio precedente. In buona parte dei brani la chitarra sembra esser suonata da un clone di Tony Iommi dopo una gita di qualche mese nel deserto del Mojave, mentre in altri riaffiora un minimalismo punk che suggella canzoni quali Preacher e Sleigh Ride. Sfumature stoner aleggiano come nebbia chimica sull’intero lavoro, laddove l’opener Earthen Gate si barcamena tra Fu Manchu e Nebula e la granitica Hazemaze, un groove assassino, chiama ancora una volta in causa il Sabba Nero di Birmingham, prima di liquefarsi nell’istrionico isterismo dei Thee Oh Sees. Per chi scrive l’apice è  Loose Sutures, dove fanno capolino gli Zeppelin più intransigenti a braccetto coi Mountain e coi primi Radio Moscow, e la più tysegalliana (mi si perdoni il neologismo) di tutte, quella What’s in my Head? che avrebbe potuto tranquillamente essere infilata in uno dei suoi dischi solisti più melodici. Mettiamo le cose in chiaro: questo lavoro, come praticamente tutte le uscite odierne, non porta nulla di nuovo alla musica rock. Non la rivoluziona. Ma, a differenza di praticamente tutte le uscite odierne, brilla di una luce propria e incendia l’animo come una feroce fiammata dall’inferno. Non volete gustarvi il viaggio? Poco male, ci pensiamo noi di notjustacopy.

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08/11/2013

Motorpsycho – La furia di Odino

Still Life with EggplantLo status di “band di culto” è un fardello rognoso da portarsi appresso. Da un lato, certo, sai che la schiera dei tuoi fan è più simile ad un’orda barbarica pronta a seguirti in battaglia a occhi chiusi che non a semplici acquirenti compulsivi di dischi. Dall’altro, però, rischi di restare cristallizzato per l’eternità in un limbo gradevole ma accessibile a pochi eletti. Sono sicuro che ai Motorpsycho, trio norvegese in attività dai tardi anni ottanta, band “di culto”, appunto, queste seghe mentali nemmeno passano per l’anticamera del cervello; se c’è una band che nell’ultimo quarto di secolo ha concentrato tutte le proprie energie solo ed unicamente sul verbo della musica, inteso come passione assolutamente primordiale, questi sono loro. Musicisti e, non di rado, polistrumentisti eccellenti, autori versatili e, a quanto pare (mi brucia ammetterlo, ma non ho ancora avuto modo di poter provare di persona), vere e proprie macchine da guerra sul palco, Bent Saether (basso, chitarre, tastiere, batteria e voce), Hans Magnus “Snah” Ryan (chitarre, voce, tastiere, mandolino, violino, basso e voce) e l’ultimo arrivato Kenneth Kapstad (batteria, tastiere e voce) hanno toccato, negli anni, i più disparati generi: dal grunge-core spigoloso del debutto Lobotomizer (1991) al rock zeppeliniano imbevuto di svisate psichedeliche e quieti angoli folk dell’incredibile Trust Us (1998), dallo psych pop in odore di West Coast di Let Them Eat Cake (2000) alle devastanti dilatazioni ondeggianti tra stoner e progressive di Heavy Metal Fruit (2010) fino a giungere, con il loro Still Life with Eggplant, di quest’anno, a una sorta di summa delle proprie peculiarità. Sarebbe ingeneroso e banale dire che il loro ultimo lavoro colga il loro intero potenziale; l’unico modo per addentrarsi ed immergersi nello sconfinato universo dei tre è partire dal principio e vivere ogni tappa del loro cammino fino al presente, ma certo è che in Still Life with Eggplant si trovano scorci, talora fulminei, talaltra chiarissimi, dell’immenso potenziale della band.

Still Life with Eggplant vive di opposti, come quasi l’intera discografia del gruppo: se l’opener Hell, Part 1-3 è una brutale gemma a metà strada tra la pesantezza dei primissimi Sabbath, i riff di Jimmy Page e una sensibilità pop che pare far parte del Dna degli scandinavi, August è una cover, fedele ma terribilmente personale, dei Love, creatura di un genio che risponde al nome di Arthur Lee, lì a testimoniare, una volta di più, come la deriva dei continenti abbia avvicinato molto più di quanto si pensi la Norvegia alla California. Barleycorn (let it come/let it be) racchiude l’essenza dei Motorpsycho, laddove una ragnatela folk, sapientemente tessuta dal fingerpinking dell’ospite Reine Fiske, esplode in un maestoso incedere che ricorda addirittura la possente Kashmir, mentre le nebbie che aleggiano nei fiordi intorno a Trondheim sfumano sullo specchio dell’acqua. Si ha appena il tempo di tirare il fiato nei meandri dell’intro simil-ambient di Ratcatcher quando un minaccioso tappeto percussivo ci ricorda che non stiamo ascoltando Enya, bensì tre vichinghi che guardano tanto alla psichedelia ultra-dilatata quanto alla sostanza basilare della musica rock: chitarra, basso e batteria si rincorrono fino all’apoteosi finale, lontana (ma non troppo) parente dei migliori King Crimson. Il tutto in 17 minuti di abisso sonoro. La conclusiva The Afterglow è un quieto arrivederci, uno scrigno di armonie bucoliche, lì a ricordarci che il bagaglio musicale dei Motorpsycho è sconfinato almeno quanto le screziature nel cielo dell’aurora boreale.

Chiudo qui, poiché un disco va ascoltato e non letto, e vi lascio con una citazione del buon Johnny Ramone, che si addice alla perfezione ai Nostri: “Tra 20 anni non ci ricorderemo più dei Limp Bizkit o di nessun’altra di queste bands “alternative” di cloni ma ci ricorderemo dei Pearl Jam. Loro comprendono il significato della parola “integrità”.

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06/08/2013

Fade to Black #1: Blues & Soul

Sto seduto sul divano dopo un campeggio a 2’300 metri che mi ha fatto ulteriormente capire quanto velocemente io stia invecchiando. Avvicino il mio computer tra dolori muscolari e un’enorme diminuzione della mia autostima dovuta alla mia scarsa, quasi imbarazzante, condizione fisica. Finito di compiangermi ricordo di aver promesso ad un amico lettore un articolo che affrontasse i più bei libri della musica black. Come al solito il talebano in me sa bene che i libri, anche i più belli, possono solo illuminare una strada. È l’ascoltatore che decide se percorrerla e, una volta incamminatosi per quella strada, se farsi stupire dal panorama che lo attende o se tornare a casa con il cuore pieno di delusione.

Va detto che la maggior parte dei libri di musica a cui tengo li conservo in formato elettronico, spesso si tratta di antologie di oltre 300 pagine e non ho nessuna voglia di sfondare le mie già precarie librerie. Il fatto è che, una volta letto un libro, difficilmente ci torno su e mi è pure più comodo aprire un file mentre ascolto un disco piuttosto che sfogliare la bibbia di Gutenberg alla ricerca di informazioni.

La seconda premessa riguarda la lingua: i libri migliori sono in inglese. Non che non esistano libri validi in italiano, ma spesso questi attingono a piene mani da volumi precedentemente scritti in inglese. Vale dunque fare un minimo di fatica e scoprire di più dai protagonisti di quel genere.

La terza e ultima premessa riguarda Wikipedia. Il mio giudizio sulla qualità delle informazioni reperibili su Wiki è abbastanza severo, penso semplicemente che i dati spesso vengano assemblati e presentati come sono nella testa della persona che ha scritto quella voce. Ciò significa inevitabilmente che l’unica cosa verificabile in ogni articolo sono le fonti, poiché come sono usate dipende dalla persona dietro al computer, e le persone sono strane. Quindi la migliore maniera di consultare Wikipedia è una ricerca che parta dalle fonti citate, così che i liberi di pensiero possano farsi una propria opinione cum grano salis.

Dando un’occhiata al mio hard disk pieno di files inutili, trovo due libri che mi hanno cambiato la vita. Due vere e proprie pietre miliari nel panorama della musica black. Il primo è “The Devil’s Music: A History Of The Blues” scritto divinamente da Giles Oakley e il secondo è “Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom” di Peter Guralnick.

The Devil’s Music: A History Of The Blues

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Questo libro tratta tutto quello che dovete sapere sul blues. Parte da New Orleans e, seguendo il fiume, narra la storia della musica sul Delta del Mississipi. Non si può parlare di blues senza parlare di Robert Johnson e non si può parlare di Johnson senza tirare in ballo il diavolo. Il demonio popola le leggende del blues dalla nascita di questo genere, il libro di Oakley non solo ne parla, ma tira fuori testimonianze inedite, pagine di diari strappate e interviste mai lette o sentite altrove. L’autore ha fatto una ricerca di oltre un quarto di secolo per scrivere questo volume e, riga dopo riga, il lettore percepisce lo spessore e l’attendibilità delle informazioni. Si parte dal primo suono di New Orelans e si arriva ai tendoni in cui i musicisti si esibivano durante le fiere, poi si fa tappa davanti ai primi teatri che ospitavano concerti, bevute e scazzottate. Si parla anche del ruolo, spesso sottovalutato, che le donne ebbero nello sviluppo e nella diffusione della musica blues, partendo dalla meravigliosa Bessie Smith. Divertentissimo leggere dei primi studi di registrazione che ad Atlanta e a Memphis spuntavano come funghi, di come spesso un singolo veniva suonato, registrato e stampato in mezza giornata. Questo libro parla a chi già ama il blues e a chi ancora non lo conosce, dando tutti gli elementi necessari per formarsi: si parla del contesto, si parla dell’epoca, si parla dei personaggi e del significato del genere musicale. Ci sono Charley Patton, W.C. Handy, Lead Belly, Henry Thomas che metteva le basi per il Texas blues. Chi ama il blues troverà questo libro pieno di sorprese, un percorso musicale ricco di scoperte e informazioni impossibili da reperire in qualsiasi altro modo. Ne consiglio la lettura sia agli estremisti talebani che ai semplici curiosi.

Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom

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A parte la sua totale, quasi malsana infatuazione nei confronti di Elvis Presley, Peter Guralnick è uno dei maggiori esperti di storia musicale degli Stati Uniti. Il motivo per cui amo questo libro più di altri dello stesso genere, è perché non ha paura di affrontare la realtà. La realtà è che la musica soul non può essere apprezzata davvero se non si capisce a pieno il contesto sociale e culturale in cui ha preso piede. Se vogliamo davvero parlare di soul si deve parlare di Rosa Parks, si deve parlare del Black Wall of Pride di Atlanta e di quanto il rhythm and blues fosse il massimo dello sviluppo di quel genere prima che cambiasse forma e colore, come un camaleonte, diventando funk. Anche in questo libro le cose vengono affrontate come in una discussione ricca di spunti e nuove nozioni. Illuminanti le tante interviste con i protagonisti del genere, fra cui Jerry Wexler (vice presidente della Atlantic Records), Rodgers Redding (fratello di Otis), Garnet Mimms o Wilson Pickett. La parte centrale del libro parla della Stax Records, dal 1961 alla Golden Age del 1967, fino alla definitiva separazione dalla Atlantic. Si racconta di quando Sam & Dave registrarono Hold On I’m coming negli studi della Stax e di come nacque I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales. Si parla di studi, di bobine e di vinili, mentre per strada il Movimento per i Diritti Civili partoriva il braccio più violento della protesta, le Pantere Nere.

Dopo aver riletto qualche paragrafo per scrivere questo articolo sposto il computer e sono sempre più convinto che i libri non risolvono i misteri, non regalano magicamente la conoscenza di tutto il soul o il blues suonato fino ad ora. Mostrano una strada fatta di esperienze reali, di incontri con i protagonisti, di storie che non si conoscono se non in minima parte. Presentano i fatti prima delle opinioni e questa è di per sé una garanzia di qualità. E poi, diciamolo, è meglio conoscere tutta la storia da chi l’ha fatta piuttosto che brandelli dei fatti messi insieme da qualche ragazzino brufoloso, grasso e pseudo esperto su Wikipedia.

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29/07/2013

Grattando il fondo #1: Il mondo psichedelico di Roky Erickson

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Spesso appartenere alla categoria dei pazzi può essere molto comodo. Permette di farsi da parte, di essere fuori dalla cerchia dei “normali”, fuori dalle loro chiacchere, dai loro lavori monotoni e dalle loro cravatte. Molti ci tengono all’idea di rimanere “fuori”. Capisco molto bene chi non vuole essere accomunato ad una corrente, a un movimento culturale, ad un unico genere musicale. Le generalizzazioni mi stanno strette da sempre, ma quanto è bene non fare parte del mucchio quando è il mucchio stesso che ti ha cacciato? Quanto può far bene la solitudine, quella vera?

Sarà che sono stufo di leggere recensioni su musicisti conosciuti che, a conti fatti, non hanno mai portato una vera innovazione all’interno del loro genere. Sono stufo marcio del giornalettismo che ritiene la critica musicale poco utile, prostituendosi con un gran sorriso al miglior offerente per un po’ di visibilità. Sono stanco di leggere belle parole prive di anima, finte opinioni più che opinabili.

Eccomi dunque al limite dell’esaurimento avendo ormai superato da tempo quello della follia. Voglio scrivere di un gruppo che ha fatto la storia del garage rock e del rock psichedelico: i 13th Floor Elevators. Si tratta senza ombra di dubbio della band più sottovalutata della storia del rock, spariti come per magia da moltissime antologie, hanno una storia che vale la pena raccontare. Li ascolto in cuffia ad alto volume, mentre le mie dita battono freneticamente sulla tastiera, scandendo il ritmo della vendetta.

Diciamo le cose come stanno, il periodo che va tra il 1965 e il 1969 ha cambiato il modo di fare, di sentire e di parlare di musica per sempre. Sono gli anni di Rubber Soul dei Beatles, di Out of Our Heads degli Stones, gli anni di Blonde on Blonde di Dylan, di Freak Out! di Frank Zappa. È il periodo dei capolavori. Appena si pensa a quell’arco di tempo vengono in mente ragazzi con i capelli lunghi, Woodstock e un sacco di musica indimenticabile. In un tempo di tale fermento su tutti i fronti, è inevitabile che alcune band siano finite nel dimenticatoio, tritate dal successo di un unico singolo o schiacciate sotto la generale indifferenza.

Tra queste band, per mille vicissitudini, ci sono anche i 13th Floor Elevators. Le ragioni della loro segregazione a gruppo cult non sono frutto di una scelta dei membri, ma possono essere ricondotte a diverse cause. Buona parte è dovuta al fatto che la loro intera discografia si concentra in 4 album, pubblicati nell’arco di tre anni. Di questi, 3 sono frutto dei loro sforzi in studio e uno è un album fintamente live, costituito da cover e versioni non definitive a cui sono stati posti degli applausi in un secondo momento per replicare l’effetto dal vivo. Oltre alla quantità relativamente ridotta della loro produzione, altri fattori hanno contribuito allo sfacelo di questa band, che occupa senza dubbio una posizione essenziale nella storia del rock, sia garage che psichedelico.

Uno dei fattori determinanti va ricondotto al buon vecchio Roky Erickson, cantante e fondatore del gruppo. In un soleggiato pomeriggio del 1968, alla fiera mondiale tenutasi a San Antonio, in Texas, Erickson ha iniziato a parlare una lingua incomprensibile e senza senso nel bel mezzo di un concerto. In meno di un mese gli viene diagnosticata un’acuta forma di schizofrenia e lo spediscono in un ospedale psichiatrico di Houston, dove lo “curano” con una “terapia” a base di elettroshock. Il Texas, stato di origine della band, è di vedute molto strette per quanto riguarda l’uso di droga e probabilmente sia il pubblico, sia le autorità hanno visto un attacco schizofrenico in un fricchettone che era solo strafatto di LSD.

Come moltissimi gruppi in quell’epoca, anche i 13th Floor Elevators erano forti sostenitori dell’uso di droghe allucinogene per aprire i propri sensi. Ora, se già band palesemente affermate come i Beatles o i Rolling Stones erano sotto sorveglianza da parte della polizia per i loro testi e per la loro attitudine anticonvenzionale, posso solo immaginare quanto i gruppi meno famosi potessero essere tartassati. Sempre Erickson fu arrestato nel 1969 dalla polizia di Austin per il possesso di una canna. Un singolo spinello stava per fargli passare dieci anni in prigione, così si dichiarò non colpevole a causa di una diagnosticata malattia mentale. Dopo alcuni tentativi di fuga, tutti finiti male, lo spediscono alla clinica psichiatrica criminale di Austin, dove subirà altri elettroshock e dove gli verrà somministrata una quantità tale di torazina da far assopire un toro da monta.

Roky Erickson rimase in clinica per 3 anni, fino al 1972. Uscito riformò una band ma, nonostante la sua voce stupendamente graffiante, non arrivò mai ad avere l’impatto che ebbero i 13th Floor Elevators sulla musica delle future generazioni. Voglio quindi rispondere alle domande con cui ho aperto questo articolo. Rimanere “fuori” da un certo giro, da certe mode, significa non farsi influenzare. Se è vero che la creatività attinge ovunque, è anche vero che l’originalità sta nell’assenza di influenze. La musica suonata dagli Elevators proviene da un altro pianeta, non tanto per la loro abilità tecnica, ma per la ricerca che è stata fatta a monte. Per questo gli va riconosciuto il primato della sperimentazione a nervi scoperti di un tipo di rock ancora inesistente a quei tempi, insieme alla gigantesca influenza che hanno avuto (e che hanno) sul rock.

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24/07/2013

Non tutti i mali vengono per nuocere: Billy Corgan and The Infinite Sadness

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Billy Corgan, cantante degli Smashing Pumpkins ha sofferto di depressione per molto tempo. È stato abusato in giovane età e, come molte vittime di abusi, ha collezionato una serie di ansie e paure sufficienti a far impallidire il più insicuro e chiuso dei Prozac maniaci di quel periodo. Per questo incarnava alla perfezione il prototipo del front man di un gruppo di alternative rock degli anni ’90. Il tutto è perfettamente comprensibile, specialmente se il cantante in questione sceglie il nome del gruppo prima ancora di averne uno, come nel loro caso. Tutto è nato per gioco, secondo Corgan, inventandosi una storia diversa ad ogni intervista in cui il solito giornalista idiota e privo di fantasia gli pone la stessa grigia domanda: “da dove viene il nome Smashing Pumpkins?”.
A volte la sofferenza ti spinge a creare qualcosa. Chissà, forse per esorcizzare tutto lo schifo che hai ingoiato fino a quel punto, tutto quello che ingoi ogni giorno e tutto quello che dovrai ingoiare in futuro. Il percorso musicale degli Smashing Pumpkins è (quasi sempre) stato in evoluzione e lo si capiva già dal secondo disco, Siamese Dreams, che li ha proiettati in un mondo dove ascoltatori e critici non riuscivano ancora a pieno a capirli né ad accettarli.

Ci siamo evoluti dall’essere chiamati i nuovi Jane’s Addiction ad essere i nuovi Nirvana, ora pare che siamo i nuovi Pearl Jam“, dichiara nell’ottobre del 1993 alla trasmissione di MTV 120 minutes. I tempi erano ben diversi da quelli attuali. Innanzitutto MTV era ancora un’emittente che trasmetteva video di musica e non reality show di palestrati impomatati che si insultano, si picchiano e fottono alla luce del sole. Inoltre quel ramo della musica rock aveva voglia di gridare al mondo tutta la sofferenza che si portava dentro. Era come se i gruppi di allora avessero saputo rivisitare le origini, passando dall’immagine degli idoli per adolescenti ereditati dagli anni sessanta e settanta a quella generazione senza più sogni, ma con ancora un sacco di cose da dire. Cantanti come Kurt Cobain, Mark Lanegan e Billy Corgan hanno visto i loro sogni allontanarsi in volo e li hanno sistematicamente presi a sassate, dando origine ai brani più belli di quella generazione.

La prima volta che ho ascoltato Mellon Collie and The Infinite Sadness avevo 16 anni e, ammetto, mi ha aperto un mondo. Era il momento in cui il grunge andava di moda, in cui i giovani portavano vecchie Converse e camicie di flanella anche in pieno agosto. Era il momento in cui chiunque imparasse a suonare una chitarra ti rifaceva il riff di Come As You Are e ti guardava soddisfatto. Bei tempi.
Il punto è che in pochi avevano davvero capito da dove viene quella musica, così come pochi lo capiscono ancora oggi. Diavolo, io stesso ogni volta che riascolto questo disco ho l’impressione di cogliere qualcosa che prima, per distrazione o per mancanza di disponibilità, mi era sfuggito.

Il contrasto. Non è in fondo questo che rende il nostro mondo così fantastico? Il contrasto tra la rabbia di “Love” e la dolcezza di “Cupid De Locke”. Il contrasto tra musica e testo, che trasforma una ballad e la sposa con parole come See the devil may do as the devil may care/He loves none sweeter as sweeter the dare/Her mouth the mischief he doth seek/Her heart the captive of which he speaks. Come si fa a non innamorarsi di questa band?

Billy Corgan è una persona ordinaria che ha vissuto una vita straordinaria. Ha danzato con la distruzione come si fa con una bella amante in un tango appassionato, lungo quanto una vita. Lo dice chiaro e tondo ai giornalisti che lo assillano approcciandolo sorridenti e un po’ intimoriti. Come la bella Neph Basedow dello Houston Press che gli domanda come funziona il suo processo creativo e lui, col candore di un bambino risponde: “un buon artista dev’essere disposto a morire per quello che fa. La cosa divertente è che io sono già morto così tante volte“.

Nel corso della sua metamorfosi kafkiana ha superato tanti dolori, dal decesso della madre nel 1996 alla rottura del gruppo nel 2000, che si è poi riformato senza James Iha e Melissa Auf Der Maur. Se dicessi che gli Smashing Pumpkins di Zeitgeist sono gli stessi di Mellon Collie and the Infinite Sadness mentirei. Ma qui non è questione di meglio o peggio. Il suono è molto diverso, anche se il timbro è sempre quello di Corgan e anche se il suo range vocale fa sempre rabbrividire.
Io comunque per il futuro di questa grandissima band non mi preoccupo troppo. Tanto prima o poi moriamo tutti. Più volte.

 

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