20/11/2013

Rabbia, depressione e salvezza – Quando la musica è più forte del dolore

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Sono il primo a pensare che le band non dovrebbero cambiare, poichè perdono lo stile particolare che le caratterizza.
Non è stato il caso dei Machine Head. Con Unto the Locust hanno introdotto dei nuovi elementi al loro sound, diventando ancora più interessanti e apprezzabili.
L’album apre con una cantilena inquietante, satanica direi. In un crescendo di sussurri crudeli si arriva all’esplosione che dà il a I Am Hell. Un demonico Flynn ruggisce con una voce mai sentita, un grido di minaccia, supportato da un azzeccatissimo riff di chitarra dietro. Mentre mi perdo nella furia di questi ragazzi, accade l’inaspettato. Passano da una sequenza brutale ma lenta, ad un tempo veloce degno dei migliori Slayer. Ammetto di preferire la parte iniziale che il resto della canzone, ma rimane un pezzo piuttosto gustoso.
A seguire Be Still and Know, aperta da una melodia di chitarra che mi fa rizzare (i peli) e mi incolla alle cuffie, entrando in un riff potente seguito dal grido roco e violento di Flynn. Nell’intero pezzo si sentono diversi passaggi armonici della chitarra spettacolari, sopratutto prima del ritornello. Parlando proprio di quest’ultimo, vi ritroviamo la melodia dell’intro ad accompagnare delle parole che colpiscono dritte all’animo: “And the sun will rise – Sun will break through the blackest night“. Interpretatela a piacimento, a mio modo l’ho fatto e continuerò a crederci.
Come terzo brano, troviamo il singolo, Locust. Un tranquillo inizio con un arpeggio della chitarra e una potente batteria che in un minuto ci porteranno nella tana dei Machine Head, dove la pietà non è di casa. Ed ecco fiumi di distorsione e riff violenti che aggrediscono le mie orecchie, facendomi implorare di averne di più, come un masochista. Intermezzi più tranquilli si alternano al mare di violenza che ci propone questo pezzo, dando un po’ di respiro.
E intendo parlare solo di un quarto pezzo, il più bello di tutta la discografia dei Machine Head a mio parere.
Darkness Within. Una canzone forte, triste. Un uomo depresso, disperato e solo che chiede aiuto ad un Dio che non risponde. Ma, sul punto di uccidersi, viene salvato dall’unica cosa reale che ha ancora, la musica.

“Mysteries forgotten chords,
I strum in vain to please the lord,
But he has never answered me,
And faith has waned eternaly.
In empty men who pass along,
The woes of all religions wrong,
Now the shadowed veil it falls,
Heed the Clarion call.
So pray to music,
Build a shrine,
Worship in these desperate times
Fill your heart with every note,
Cherish it and cast afloat.
Cause God is in these clef and tone,
Salvation is found alone,
Haunted by it’s melody,
Music, it will set you free. “

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Una chitarra acustica, sempre baritona, nella tradizione del gruppo, accompagna una voce disperata e sul punto del pianto, fino al secondo verso, dove l’acustica viene sostituita da una chitarra distorta, violenta, esattamente come la voce di Flynn, che da uomo distrutto si rialza in piedi e affronta la depressione faccia a faccia con un nuovo credo. Un ritornello rabbioso e un intermezzo furioso in cui il Nostro implora “Music my savior, save me” portano alla conclusione, un Dududu sussurrato che svanisce piano piano, come la sua rabbia.
Quanti di voi si riconosceranno in tutto questo? Quanti di voi ricorderanno quando l’unica nostra amica è stata la musica stessa? Io sicuramente.
Ho deciso di parlare solo dei 4 pezzi che più mi hanno colpito, ma mi sento di consigliarvi caldamente, se amate il genere o se le mie parole vi hanno stuzzicato, di ascoltare l’album per intero, tutto d’un fiato. Inoltre aggiungo che alla fine, il 10° pezzo non è altro che una seconda versione della splendida Darkness Within, in acustica, solo Flynn e la chitarra. Ancora più emozionante.

 

“Il metal è la musica del diavolo”.
Andatevene a fare in culo, sinceramente.

Cheers.

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13/11/2013

Quando l’odio irrazionale raggiunge il limite – Raccontato dai Delain

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Cotto come un biscotto, ma sempre più motivato a condividere musica con voi, mi appresto a parlarvi di un gruppo poco conosciuto.
I Delain, capitanati dalla bella e carismatica Charlotte Wessels, sono una band metal sinfonico, con una vena particolarmente e stranamente pop, probabilmente dettata dalle influenze musicali della stessa Charlotte.
Dopo April Rain, secondo album dei ragazzi, molto bello ma, a mio parere, con pochi pezzi validi (notevole però la collaborazione con il bassista e cantante Marco Hietala, membro di Nightwish e Tarot. Non me l’aspettavo davvero) tornano alla carica con We Are the Others.

Non chiederò perdono però, per soffermarmi sul nome e sul significato che ne consegue.
Siamo nel 2007, nel Regno Unito. Sophie Lancaster e il suo fidanzato, Robert Maltby, stavano passando una tranquilla serata, quando ecco arrivare il gregge di pecore. E per pecore intendo un gruppo di ragazzi idioti, di mentalità ristretta e di facoltà mentali degne di una scoreggia. Sophie e Robert non erano altro che due semplici ragazzi che seguivano la cultura Goth, vestendosi di conseguenza.
Il gruppo di pecore ha così deciso di dedicare un po’ del loro inutile tempo e ossigeno a spezzare le vite di questi due innocenti, pestandoli a sangue a causa di questo loro modo di vestire.
I due amanti rimangono in coma in seguito all’attacco, ma purtroppo (anche per lui) solo Robert si risveglia, mantenendo dei danni permanenti al cervello. Per Sophie, purtroppo, non c’è nulla da fare e la famiglia decide di staccare la spina. 
Il gruppo di ragazzi verrà in seguito processato e condannato per omicidio intenzionale. Avrebbero dovuto rinchiuderli insieme ai simili di Sophie, avrebbero dovuto. La questione lascia molte domande, ma la risposta è una sola: i pregiudizi sono per le persone idiote e ignoranti, e come si dice, la mamma degli idioti è sempre incinta, ‘a vacca.

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Lasciando da parte divagazioni personali su questi incresciosi fatti, torno a parlare dell’album. Si nota fin da subito un cambio di stile, lasciando più spazio alla chitarra ora divenuta una 7 corde, molto più aggressiva e potente della precedente. Tutti gli altri lati invece di essere cambiato sono stati migliorati, ripuliti e perfezionati, eliminando quei piccoli difetti di mixaggio dei primi lavori.
Apre l’album Mother Machine, con un intro curioso dai rumori meccanici, per entrare in un riff metal aggressivo e una melodia accattivante, dandoci modo di capire su cosa si basano questi ragazzi. La violenza del metal, unita a melodie azzeccate e alla gran voce della Wessels.
Il seguente pezzo di valore è We Are The Others. Oltre ad essere musicalmente bella, contiene un messaggio importante e molto forte. Il caso Lancaster non è purtroppo isolato, come non sono poche le persone appartenenti a questa “diversità” culturale. Siamo tanti, siamo uniti, siamo “gli altri”. L’originalità non è un delitto, ma l’ignoranza e l’odio indiscriminato si.
Hit me with your best shot è il terzo pezzo che mi ha colpito, che fa pensare ancora al caso di Sophie per il testo. Un potente riff accompagna la sfida lanciata dalla voce, dando al pezzo la rabbia che la dolce voce non riesce a trasmettere. Adoro l’intermezzo di piano che gradualmente cresce fino ad esplodere nell’ultimo ritornello.
Curiosa I Want You, che inizia come la classica ballata piano/voce d’amore, sfociando nel delirio di una ragazza possessiva e ossessionata dal suo amante al punto tale che, non potendo averlo, decide di investirlo con una macchina. Musicalmente non è esaltante, una canzone come un’altra, però l’intermezzo strappa un bel sorriso..”How did that car get in your way..”.
Menzione speciale per Are You Done With Me. Un’iniziale supplica di pace sfocia nel grido disperato che accomuna tutti i perseguitati, a cui è dedicato l’album. La voce della Nostra riesce bene a comunicare emozioni forti in cui non tutti possono rispecchiarsi. I più vicini a questa canzone sono sicuramente gli stessi a cui è indirizzato l’album, coloro che si sentono differenti, derisi dalla società per la loro natura di essere, coloro che non sono accettati.
Un intro di piano confonde, facendo pensare ad un’altra ballad. Per fortuna no, a pochi secondo esplode la chitarra in tutta la sua rabbia con un piccolo solo veramente azzeccato, per lasciare spazio poi ad un riff molto lineare supportato da un lavoro di tastiera molto piacevole da sentire. Get The Devil Out Of Me ha un testo che può essere compreso in molti modi, ma Charlotte riesce ad addolcire le amare parole che canta in maniera magistrale, mantenendo però sempre un tono malinconico per enfatizzare il tema piuttosto triste, l’essere sbagliati essendo sè stessi.
In chiusura all’album abbiamo Not Enough, che parte con un crescendo strumentale fino a lasciar spazio al muro di chitarre che ci ha accompagnato per tutta la durata dell’album, il tutto condito da una deliziosa melodia di pianoforte. Curiosa e quasi dissonante la traccia di chitarra che troviamo nel Verse. Il ritornello d’altro canto, mantiene una chitarra solida e potente a supporto del grido, questa volta più rabbioso, di Charlotte. Grande intermezzo di cori, ottoni e pianoforte, per chiudere il tutto con un dolce vocalizzo della Nostra.

Ritengo questo l’album il meglio riuscito del gruppo, negli anni sono migliorati enormemente dal punto di vista della produzione e della musicalità, evolvendosi in un gruppo che meriterebbe più successo e attenzioni di quanto non ne riceva già. Non ho chiaramente citato alcuni pezzi in quanto non mi sono piaciuti particolarmente, musicalmente e soggettivamente parlando, ma se seguirete il mio consiglio e ascolterete questo fantastico e toccante disco, potreste rimanere piacevolmente colpiti dai brani che io invece non ho adorato.

L’argomento trattato dai ragazzi è sicuramente spinoso, toccante e di difficile dialogo, nonostante ampiamente riconosciuto. I “diversi” ci sono da sempre, una volta li mettevano al rogo, oggi li pestano a sangue. Continuerò sempe a chiedermi quale sia il problema nell’essere un individuo originale con una propria linea di pensiero, che non danneggi nessuno. La gente è stupida, e dovrebbero proibire l’accoppiamento ad omofobi, razzisti e idioti. Agli stronzi pure.
Siate voi stessi, siete più belli, ecco, l’ho detto.
Cheers.

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06/11/2013

Uno spaventapasseri non tanto spaventoso

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‘Sera a tutti, un nuovo disturbatore della quiete pubblica si fa vivo sul nostro grande piccolo spazio di condivisione di deliri, scleri e occasionalmente qualche pensiero più normale.
Sono Moreno, la mia storia non è interessante ma le mie parole potrebbero esserlo.

Oggi voglio presentarvi il mio punto di vista su quello che è un album che ho sventrato, più e più volte, nel corso degli ultimi anni. Here we go!

Avantasia, nome molto conosciuto nel mondo del metal moderno. Nati dalla fervida mente di Tobias Sammet, frontman e cantante degli Edguy che, non pago del successo di questi ultimi, ha deciso di mettere insieme il suo supergruppo dei sogni.

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Avantasia è la collaborazione tra Tobias e diversi grandi artisti, cantanti, chitarristi, per comporre la “Metal Opera”, fra l’altro primi due album creati dal gruppo.
Ma non sono qui per parlare di Tobias, degli Avantasia o di quanto siano buoni questi taralli che mi accompagnano nella recensione, sono qui per parlare di The Scarecrow.

L’album è stato creato in collaborazione con diversi artisti attivi nella scena metal moderna come Roy Khan (Kamelot), Michael Kiske (ex Helloween), Alice Cooper e tanti altri che non sto qui a citare, provenienti da diversi stili, dando alle canzoni un carattere sempre diverso, un po’ heavy metal, un po’  dark e, ovviamente, non mancano le ballate sdolcinate con pianoforte e acuti al limite delle corde vocali.

L’opening track, Twisted Mind, è un pezzo piuttosto semplice, non di grande impatto, che però scorre senza annoiare (troppo), non brutto, non memorabile. Ha un che di dejà-vu nella composizione che non lo fa spiccare per originalità.
Come secondo brano arriviamo al pezzo(ne) che da titolo all’album, The Scarecrow. A primo acchito, 11 minuti di pezzo possono spaventare (Pall Floyd Docet) ma in questo caso, si mantiene piacevole con una melodia interessante e degli intermezzi solistici, a mio avviso, ben realizzati. Da sentire anche nella versione Live nel DVD The Flying Opera, brividi all’intermezzo!
Shelter from the Rain, terzo brano dell’album, si guadagna il titolo, insieme a Another Angel Down e Lost in Space, di Metal da Radio, ovvero con melodie molto adatte al “grande pubblico”, molto orecchiabili e degne di un Bon Jovi, non che sia un male, assolutamente, semplicemente non è materiale che mi aspetto da questo artista.
Abbiamo le 3 ballad più sdolcinate dell’album inoltre, Carry me Over, What Kind of Love e Cry just a little. Tre pezzi molto emotivi, il primo più semplice e diretto, mentre gli altri due composti in modo più “forbito”, tra pianoforti, violini, angeli che cantano e pisciano, e quant’altro. What Kind of Love merita un plauso speciale per il duetto di voci, da brivido IMHO.
Per concludere, troviamo l’esotica e dark The Toy Master, una collaborazione con Alice Cooper, e si sente, un must da ascoltare, e le meno conosciute e più passabili Devil in the Belfry e I don’t believe in your love. Godibilissime ma nulla di speciale o originale, come lo sono ad esempio The Scarecrow o The Toy Master, personalmente insieme a Lost in Space, Carry me Over e What kind of Love, i pezzi meglio riusciti dell’album intero.

Per chiudere vi do solo un consiglio: compratelo. Sammett ha, come sempre finora, tirato fuori un prodotto che tutto sommato è validissimo e adatto alle orecchie di una buona fetta del pubblico. Il resto della torta fa mulinare la testa al suono di una chitarra a 8 corde troppo distorta. A chi piace quel genere di metal estremo sconsiglierei l’ascolto. Avantasia non sono brutali sebbene definiti metal!
In più la copertina l’è ‘popo fica.

Cheers.

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