The Pussywarmers & Réka – I Saw Them Leaving (2014)

the-pussywarmers-musica-i-saw-them-leavingIl fatidico terzo disco. Ma esiste davvero? O forse era il secondo? Poco importa, perché il percorso fatto dalla band ticinese, dal primordiale My Pussy Belongs To Daddy, un concentrato di ritmi sbilenchi, suoni abrasivi e un’attitudine punk che ci regalava piccole gemme quali, tanto per citarne una, il blues sguaiato di My Time Has Gone, alla loro seconda opera, il fenomenale The Chronicles Of The Pussywarmers, dove la scrittura si affinava e il range stilistico abbracciava nuovi mondi, fino ad arrivare a questo I Saw Them Leaving, è stato certamente lungo, ma non privo di soddisfazioni. Anzi. Tour europei a toccare quasi tutti gli angoli del continente, recensioni non di rado entusiastiche e, soprattutto, la consapevolezza di non appartenere unicamente al microcosmo locale dal quale sono spuntati e fioriti, bensì di possedere un respiro molto, infintamente più ampio. Candidati al prossimo Eurosong? Non diciamo eresie, qui si parla di musica seria (non sempre, e per fortuna!), lasciamo la kermesse canora più cool al mondo (dopo Sanremo, s’intende) a coloro che se la meritano: qui preferiamo sguazzare in un fangoso e variopinto sottobosco musicale, un crocevia di storie e melodie talmente trafficato che neanche all’ora di punta su una qualsiasi tangenziale intorno a Milano.

Ma veniamo al dunque: dopo l’addio alla leggendaria Voodoo Rhythm di Beat-Man e l’approdo all’italiana Wild Honey, nel primo scorcio di questo 2014 vede finalmente la luce il terzo capitolo del quartetto fattosi dapprima quintetto (l’arrivo della tromba, già apprezzato nel precedente lavoro, fondamentale nelle trame sonore, in particolare negli episodi dal sapore balcanico e/o sudamericano) e poi sestetto, con l’entrata in organico in pianta stabile (?) di Réka, voce suadente e tastiere. Una genesi lunga, ma, ad ascoltare le 10 tracce che compongono questo I Saw Them Leaving, si può senz’altro dire che l’attesa sia stata ripagata. Ampiamente, aggiungerei. Il suono si è fatto più denso, gli arrangiamenti più curati e, soprattutto, a questo giro le canzoni sono semplicemente fantastiche. Se l’attacco di Under the Sea si potrebbe definire, sempre che abbia un senso, un classico pezzo da Pussywarmers, con il suo andirivieni che fa tanto ballata fifties, la seguente Sunrise è una perla di musica surf, proiettata nel 2014 dalle spiagge californiane dei primi anni sessanta, iniettata di morfina; Looking Over parte come un blues sgangherato e termina da qualche parte nel cielo notturno, prima che l’alba lo impregni di scie rosacee, mentre There Are Always Two Answers è un ipnotico connubio tra echi dream-pop (qualcuno ha detto Beach House?) e le crepuscolari nenie di Timber Timbre. L’apice del disco è il garage poppeggiante di Something You Call Love, una chicca che smuove il basso ventre e che avrebbe fatto la sua porchissima figura su un qualsiasi Nuggets o Pebbles.

I Saw Them Leaving è questo e, al contempo, molto di più; al primo ascolto piace, al secondo ammalia, al terzo entusiasma e ogni volta che riparte vi si scoprono nuove sfumature, in questo suo stratificato intreccio di strumenti, con le sue tastiere vintage a fare la parte del leone e con la voce di Réka che in più di un’occasione (sarà scontato dirlo, ma non posso esimermi dal farlo) ricorda da vicino quella di una certa Nico. Se il debutto dettava le coordinate e il seguito ne confermava la bontà, questo terzo capitolo certifica l’ineluttabile: i Pussywarmers scrivono grandi canzoni e le grandi canzoni, si sa, durano per sempre.

 

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