Rabbia, depressione e salvezza – Quando la musica è più forte del dolore

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Sono il primo a pensare che le band non dovrebbero cambiare, poichè perdono lo stile particolare che le caratterizza.
Non è stato il caso dei Machine Head. Con Unto the Locust hanno introdotto dei nuovi elementi al loro sound, diventando ancora più interessanti e apprezzabili.
L’album apre con una cantilena inquietante, satanica direi. In un crescendo di sussurri crudeli si arriva all’esplosione che dà il a I Am Hell. Un demonico Flynn ruggisce con una voce mai sentita, un grido di minaccia, supportato da un azzeccatissimo riff di chitarra dietro. Mentre mi perdo nella furia di questi ragazzi, accade l’inaspettato. Passano da una sequenza brutale ma lenta, ad un tempo veloce degno dei migliori Slayer. Ammetto di preferire la parte iniziale che il resto della canzone, ma rimane un pezzo piuttosto gustoso.
A seguire Be Still and Know, aperta da una melodia di chitarra che mi fa rizzare (i peli) e mi incolla alle cuffie, entrando in un riff potente seguito dal grido roco e violento di Flynn. Nell’intero pezzo si sentono diversi passaggi armonici della chitarra spettacolari, sopratutto prima del ritornello. Parlando proprio di quest’ultimo, vi ritroviamo la melodia dell’intro ad accompagnare delle parole che colpiscono dritte all’animo: “And the sun will rise – Sun will break through the blackest night“. Interpretatela a piacimento, a mio modo l’ho fatto e continuerò a crederci.
Come terzo brano, troviamo il singolo, Locust. Un tranquillo inizio con un arpeggio della chitarra e una potente batteria che in un minuto ci porteranno nella tana dei Machine Head, dove la pietà non è di casa. Ed ecco fiumi di distorsione e riff violenti che aggrediscono le mie orecchie, facendomi implorare di averne di più, come un masochista. Intermezzi più tranquilli si alternano al mare di violenza che ci propone questo pezzo, dando un po’ di respiro.
E intendo parlare solo di un quarto pezzo, il più bello di tutta la discografia dei Machine Head a mio parere.
Darkness Within. Una canzone forte, triste. Un uomo depresso, disperato e solo che chiede aiuto ad un Dio che non risponde. Ma, sul punto di uccidersi, viene salvato dall’unica cosa reale che ha ancora, la musica.

“Mysteries forgotten chords,
I strum in vain to please the lord,
But he has never answered me,
And faith has waned eternaly.
In empty men who pass along,
The woes of all religions wrong,
Now the shadowed veil it falls,
Heed the Clarion call.
So pray to music,
Build a shrine,
Worship in these desperate times
Fill your heart with every note,
Cherish it and cast afloat.
Cause God is in these clef and tone,
Salvation is found alone,
Haunted by it’s melody,
Music, it will set you free. “

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Una chitarra acustica, sempre baritona, nella tradizione del gruppo, accompagna una voce disperata e sul punto del pianto, fino al secondo verso, dove l’acustica viene sostituita da una chitarra distorta, violenta, esattamente come la voce di Flynn, che da uomo distrutto si rialza in piedi e affronta la depressione faccia a faccia con un nuovo credo. Un ritornello rabbioso e un intermezzo furioso in cui il Nostro implora “Music my savior, save me” portano alla conclusione, un Dududu sussurrato che svanisce piano piano, come la sua rabbia.
Quanti di voi si riconosceranno in tutto questo? Quanti di voi ricorderanno quando l’unica nostra amica è stata la musica stessa? Io sicuramente.
Ho deciso di parlare solo dei 4 pezzi che più mi hanno colpito, ma mi sento di consigliarvi caldamente, se amate il genere o se le mie parole vi hanno stuzzicato, di ascoltare l’album per intero, tutto d’un fiato. Inoltre aggiungo che alla fine, il 10° pezzo non è altro che una seconda versione della splendida Darkness Within, in acustica, solo Flynn e la chitarra. Ancora più emozionante.

 

“Il metal è la musica del diavolo”.
Andatevene a fare in culo, sinceramente.

Cheers.

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