Motorpsycho – La furia di Odino

Still Life with EggplantLo status di “band di culto” è un fardello rognoso da portarsi appresso. Da un lato, certo, sai che la schiera dei tuoi fan è più simile ad un’orda barbarica pronta a seguirti in battaglia a occhi chiusi che non a semplici acquirenti compulsivi di dischi. Dall’altro, però, rischi di restare cristallizzato per l’eternità in un limbo gradevole ma accessibile a pochi eletti. Sono sicuro che ai Motorpsycho, trio norvegese in attività dai tardi anni ottanta, band “di culto”, appunto, queste seghe mentali nemmeno passano per l’anticamera del cervello; se c’è una band che nell’ultimo quarto di secolo ha concentrato tutte le proprie energie solo ed unicamente sul verbo della musica, inteso come passione assolutamente primordiale, questi sono loro. Musicisti e, non di rado, polistrumentisti eccellenti, autori versatili e, a quanto pare (mi brucia ammetterlo, ma non ho ancora avuto modo di poter provare di persona), vere e proprie macchine da guerra sul palco, Bent Saether (basso, chitarre, tastiere, batteria e voce), Hans Magnus “Snah” Ryan (chitarre, voce, tastiere, mandolino, violino, basso e voce) e l’ultimo arrivato Kenneth Kapstad (batteria, tastiere e voce) hanno toccato, negli anni, i più disparati generi: dal grunge-core spigoloso del debutto Lobotomizer (1991) al rock zeppeliniano imbevuto di svisate psichedeliche e quieti angoli folk dell’incredibile Trust Us (1998), dallo psych pop in odore di West Coast di Let Them Eat Cake (2000) alle devastanti dilatazioni ondeggianti tra stoner e progressive di Heavy Metal Fruit (2010) fino a giungere, con il loro Still Life with Eggplant, di quest’anno, a una sorta di summa delle proprie peculiarità. Sarebbe ingeneroso e banale dire che il loro ultimo lavoro colga il loro intero potenziale; l’unico modo per addentrarsi ed immergersi nello sconfinato universo dei tre è partire dal principio e vivere ogni tappa del loro cammino fino al presente, ma certo è che in Still Life with Eggplant si trovano scorci, talora fulminei, talaltra chiarissimi, dell’immenso potenziale della band.

Still Life with Eggplant vive di opposti, come quasi l’intera discografia del gruppo: se l’opener Hell, Part 1-3 è una brutale gemma a metà strada tra la pesantezza dei primissimi Sabbath, i riff di Jimmy Page e una sensibilità pop che pare far parte del Dna degli scandinavi, August è una cover, fedele ma terribilmente personale, dei Love, creatura di un genio che risponde al nome di Arthur Lee, lì a testimoniare, una volta di più, come la deriva dei continenti abbia avvicinato molto più di quanto si pensi la Norvegia alla California. Barleycorn (let it come/let it be) racchiude l’essenza dei Motorpsycho, laddove una ragnatela folk, sapientemente tessuta dal fingerpinking dell’ospite Reine Fiske, esplode in un maestoso incedere che ricorda addirittura la possente Kashmir, mentre le nebbie che aleggiano nei fiordi intorno a Trondheim sfumano sullo specchio dell’acqua. Si ha appena il tempo di tirare il fiato nei meandri dell’intro simil-ambient di Ratcatcher quando un minaccioso tappeto percussivo ci ricorda che non stiamo ascoltando Enya, bensì tre vichinghi che guardano tanto alla psichedelia ultra-dilatata quanto alla sostanza basilare della musica rock: chitarra, basso e batteria si rincorrono fino all’apoteosi finale, lontana (ma non troppo) parente dei migliori King Crimson. Il tutto in 17 minuti di abisso sonoro. La conclusiva The Afterglow è un quieto arrivederci, uno scrigno di armonie bucoliche, lì a ricordarci che il bagaglio musicale dei Motorpsycho è sconfinato almeno quanto le screziature nel cielo dell’aurora boreale.

Chiudo qui, poiché un disco va ascoltato e non letto, e vi lascio con una citazione del buon Johnny Ramone, che si addice alla perfezione ai Nostri: “Tra 20 anni non ci ricorderemo più dei Limp Bizkit o di nessun’altra di queste bands “alternative” di cloni ma ci ricorderemo dei Pearl Jam. Loro comprendono il significato della parola “integrità”.

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