Fade to Black #1: Blues & Soul

Sto seduto sul divano dopo un campeggio a 2’300 metri che mi ha fatto ulteriormente capire quanto velocemente io stia invecchiando. Avvicino il mio computer tra dolori muscolari e un’enorme diminuzione della mia autostima dovuta alla mia scarsa, quasi imbarazzante, condizione fisica. Finito di compiangermi ricordo di aver promesso ad un amico lettore un articolo che affrontasse i più bei libri della musica black. Come al solito il talebano in me sa bene che i libri, anche i più belli, possono solo illuminare una strada. È l’ascoltatore che decide se percorrerla e, una volta incamminatosi per quella strada, se farsi stupire dal panorama che lo attende o se tornare a casa con il cuore pieno di delusione.

Va detto che la maggior parte dei libri di musica a cui tengo li conservo in formato elettronico, spesso si tratta di antologie di oltre 300 pagine e non ho nessuna voglia di sfondare le mie già precarie librerie. Il fatto è che, una volta letto un libro, difficilmente ci torno su e mi è pure più comodo aprire un file mentre ascolto un disco piuttosto che sfogliare la bibbia di Gutenberg alla ricerca di informazioni.

La seconda premessa riguarda la lingua: i libri migliori sono in inglese. Non che non esistano libri validi in italiano, ma spesso questi attingono a piene mani da volumi precedentemente scritti in inglese. Vale dunque fare un minimo di fatica e scoprire di più dai protagonisti di quel genere.

La terza e ultima premessa riguarda Wikipedia. Il mio giudizio sulla qualità delle informazioni reperibili su Wiki è abbastanza severo, penso semplicemente che i dati spesso vengano assemblati e presentati come sono nella testa della persona che ha scritto quella voce. Ciò significa inevitabilmente che l’unica cosa verificabile in ogni articolo sono le fonti, poiché come sono usate dipende dalla persona dietro al computer, e le persone sono strane. Quindi la migliore maniera di consultare Wikipedia è una ricerca che parta dalle fonti citate, così che i liberi di pensiero possano farsi una propria opinione cum grano salis.

Dando un’occhiata al mio hard disk pieno di files inutili, trovo due libri che mi hanno cambiato la vita. Due vere e proprie pietre miliari nel panorama della musica black. Il primo è “The Devil’s Music: A History Of The Blues” scritto divinamente da Giles Oakley e il secondo è “Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom” di Peter Guralnick.

The Devil’s Music: A History Of The Blues

devils

Questo libro tratta tutto quello che dovete sapere sul blues. Parte da New Orleans e, seguendo il fiume, narra la storia della musica sul Delta del Mississipi. Non si può parlare di blues senza parlare di Robert Johnson e non si può parlare di Johnson senza tirare in ballo il diavolo. Il demonio popola le leggende del blues dalla nascita di questo genere, il libro di Oakley non solo ne parla, ma tira fuori testimonianze inedite, pagine di diari strappate e interviste mai lette o sentite altrove. L’autore ha fatto una ricerca di oltre un quarto di secolo per scrivere questo volume e, riga dopo riga, il lettore percepisce lo spessore e l’attendibilità delle informazioni. Si parte dal primo suono di New Orelans e si arriva ai tendoni in cui i musicisti si esibivano durante le fiere, poi si fa tappa davanti ai primi teatri che ospitavano concerti, bevute e scazzottate. Si parla anche del ruolo, spesso sottovalutato, che le donne ebbero nello sviluppo e nella diffusione della musica blues, partendo dalla meravigliosa Bessie Smith. Divertentissimo leggere dei primi studi di registrazione che ad Atlanta e a Memphis spuntavano come funghi, di come spesso un singolo veniva suonato, registrato e stampato in mezza giornata. Questo libro parla a chi già ama il blues e a chi ancora non lo conosce, dando tutti gli elementi necessari per formarsi: si parla del contesto, si parla dell’epoca, si parla dei personaggi e del significato del genere musicale. Ci sono Charley Patton, W.C. Handy, Lead Belly, Henry Thomas che metteva le basi per il Texas blues. Chi ama il blues troverà questo libro pieno di sorprese, un percorso musicale ricco di scoperte e informazioni impossibili da reperire in qualsiasi altro modo. Ne consiglio la lettura sia agli estremisti talebani che ai semplici curiosi.

Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom

souls

A parte la sua totale, quasi malsana infatuazione nei confronti di Elvis Presley, Peter Guralnick è uno dei maggiori esperti di storia musicale degli Stati Uniti. Il motivo per cui amo questo libro più di altri dello stesso genere, è perché non ha paura di affrontare la realtà. La realtà è che la musica soul non può essere apprezzata davvero se non si capisce a pieno il contesto sociale e culturale in cui ha preso piede. Se vogliamo davvero parlare di soul si deve parlare di Rosa Parks, si deve parlare del Black Wall of Pride di Atlanta e di quanto il rhythm and blues fosse il massimo dello sviluppo di quel genere prima che cambiasse forma e colore, come un camaleonte, diventando funk. Anche in questo libro le cose vengono affrontate come in una discussione ricca di spunti e nuove nozioni. Illuminanti le tante interviste con i protagonisti del genere, fra cui Jerry Wexler (vice presidente della Atlantic Records), Rodgers Redding (fratello di Otis), Garnet Mimms o Wilson Pickett. La parte centrale del libro parla della Stax Records, dal 1961 alla Golden Age del 1967, fino alla definitiva separazione dalla Atlantic. Si racconta di quando Sam & Dave registrarono Hold On I’m coming negli studi della Stax e di come nacque I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales. Si parla di studi, di bobine e di vinili, mentre per strada il Movimento per i Diritti Civili partoriva il braccio più violento della protesta, le Pantere Nere.

Dopo aver riletto qualche paragrafo per scrivere questo articolo sposto il computer e sono sempre più convinto che i libri non risolvono i misteri, non regalano magicamente la conoscenza di tutto il soul o il blues suonato fino ad ora. Mostrano una strada fatta di esperienze reali, di incontri con i protagonisti, di storie che non si conoscono se non in minima parte. Presentano i fatti prima delle opinioni e questa è di per sé una garanzia di qualità. E poi, diciamolo, è meglio conoscere tutta la storia da chi l’ha fatta piuttosto che brandelli dei fatti messi insieme da qualche ragazzino brufoloso, grasso e pseudo esperto su Wikipedia.

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  • Ricky Luciano

    Grande Ska bell’articolo a tempo debito cerchero’ i due volumi. Come riconosco le mie carenze in storia della musica riconosco le tue nella scelta delle vacanze, la prossima volta scendi dalla montagna afgana e vedi che tra una palma,un’ombrellone e un kingsize ti si alza l’autostima 🙂

  • Pox

    braf! Ma hai clamorosamente dimenticato un gioiello come “Motown. Storia & leggenda” di Nelson George. Redimiti!

    • Gabriele Ska Scanziani

      Ci ho pensato a lungo e non l’ho dimenticato, ho preferito scegliere due originali (semi)sconosciuti su un genere che un bellissimo libro dedicato ad una label. Anche se, in questo caso, la Motown ha fatto la storia di quel genere. Aggiungo anche una bella punta di polemica sostenendo che George Nelson ha un po’ romanzato alcune cose, del resto è parte del suo stile di scrittura. Rimane un bellissimo libro comunque, ma ho pensato però che metterlo sarebbe scontato come citare “Cash by Johnny Cash” fra le 5 migliori autobiografie.

      • Pox

        Ma certe storie vanno romanzate, come fa il buon ZImmermann di tutta la sua intera fottuta esistenza. Per le autobiografie, bisognerebbe fare una lista delle peggiori: in cima piazzerei Hippie Dream di Neil Young, ovvero la testimonianza di come un eccellente musicista (e paroliere) possa essere un pessimo, finanche agghiacciante, scrittore. Abominevole.

        • Gabriele Ska Scanziani

          Beh, per la serie “roviniamoci con le nostre mani” metterei anche Gene Simmons con Kiss and Make Up, Courtney Love con Dirty Blonde, Sir George Henry Martin con All You Need Is Ears (farebbe odiare i Beatles anche a noi due), Lance Bass (ex ‘N Sync) con Out of Sync (confesso di non averla letta ma so che mi darebbe dei lancinanti dolori ai reni) e, dulcis in fundo, Sandy “Pepa” Denton con Let’s Talk About Pep.

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