07/08/2013

Il peggio del peggio #3: lo schifo degli anni ’60

L’ho sentito dire centinaia di volte: “i successi musicali degli anni ’60 sono tali da dimenticare i peggiori fallimenti”. Dimenticare però è sempre un errore, perché ci furono anche i disastri. Per vederli distintamente, basta un breve percorso interiore. Il primo passo consiste nel riconoscere che le vendite non necessariamente simboleggiano la qualità di una canzone. Il secondo è accettare che gruppi fantastici possano aver fatto un pezzo che ti asciuga la voglia di vivere.
Chi mi conosce e chi mi legge crede che io sia un vecchio bastardo nostalgico che mai e poi mai toccherebbe delle canzoni di un’epoca così ricca ed ispirante quanto gli anni sessanta. In parte avete ragione, in parte sottovalutate il talebano estremista che è in me. Saprò dunque raggiungere lo stato di quiete e il distacco necessari per scrivere senza lasciarmi trasportare? Naturalmente no.
Giacché mai nulla di male si dice su questo periodo, ho creduto corretto colmare questa vorticosa lacuna. Quando ci si sofferma a pensare alla musica del secolo scorso, l’immagine degli anni ’60 è la proiezione stessa dei grandi artisti che di quel tempo sono figli. Errore. Gigantesco, sconsiderato errore.
Si tratta di un periodo di sperimentazione in tutti i campi, il nuovo era il motore di quel decennio. Tuttavia, quando si sperimenta, capita a volte che i risultati facciano davvero cagare. Credere dunque che esista un periodo musicalmente senza macchie è ingenuo almeno quanto essere convinti che Babbo Natale guidi un furgone della Coca Cola trainato da mille renne a forma di lattina.

10. Kenny Rogers – Ruby, Don’t Take Your Love to Town (1969)

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Iniziamo subito uccidendo l’Elvis Presley del country. Il testo di questo pezzo parla di un uomo che ritorna dal Vietnam menomato e che, a causa della sua particolare condizione fisica, viene lasciato dalla sua donna, tale Ruby. Ora, in quale modo un contenuto del genere si sposa con una ballad country/pop? In nessuno. Io non odio Kenny Rogers, semplicemente lo trovo un cantautore appena mediocre se paragonato a Jimmy Martin, Willie Nelson, Don Gibson, Buck Owens e molti altri dello stesso genere nel medesimo periodo.

9. Jimmy Cross – I Want My Baby Back (1965)

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Ovvero quando la sperimentazione riesce male. Basterebbe ascoltarla brevemente per capirlo altrettanto in fretta. Detto questo, lascio che gli incoscienti intenzionati ad arrivare al primo minuto d’ascolto sappiano a cosa vanno incontro. Si tratta di un pezzo recitato, o di una recitazione musicata a dipendenza di quale malato, perverso, distorto punto di vista si usi per guardare l’intera faccenda. La scala diatonica possiede solo sette note, se alcune combinazioni non hanno mai preso piede è semplicemente perché nessun orecchio le sopporta. Il mio meno di altri.

8. Bobby Goldsboro – Honey (1968)

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Questa è davvero la più melensa, melmosa merda romantica sull’amore perduto. Come sempre non è il tema che conta, ma come lo si affronta. Questo pezzo ha un maggiore effetto sui ritmi sonno-veglia del più potente anestetico. Vorrei potermi accanire maggiormente, ma ho troppo sonno.

7. Ohio Express – Yummy Yummy Yummy (1968)

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Canzone conosciuta e gettonata sia tra gli appassionati della musica pop brillantata di quell’epoca, sia tra la tribù dei “si stava meglio quando si stava peggio”. Bubblegum pop music è il genere a cui questo pezzo appartiene, si tratta di musica fatta apposta per impressionare le masse incontrollabili di adolescenti. Io ho 33 anni e rimango ancora impressionato quando ascolto questo pezzo. Mi impressiona come si possa cadere così in basso.

6. The Crystals – He Hit Me (And It Felt Like A Kiss) (1962)

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Un altro concorrente per il premio “temi che dovrebbero essere trattati diversamente”. La canzone affronta il problema della violenza domestica da un punto di vista nuovo, quello del masochismo. Del resto, cosa c’è di meglio al mondo che essere riempita di cazzotti dal vostro partner? Alla sua uscita il pezzo non venne quasi mai trasmesso in radio e molti protestarono per la natura controversa del tema. Io protesto semplicemente perché musicalmente fa schifo.

5. The Archies – Sugar Sugar (1969)

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Primo: i The Archies sono un gruppo fittizio, fatto di personaggi inventati per un cartone animato che andava in onda negli Stati Uniti ogni domenica mattina. Quindi il loro contributo alla musica è pari a quello di Cristina D’Avena che canta la sigla di Kiss Me Licia. Secondo: il pezzo è talmente privo di significato che i testi di Cristina D’Avena sembrano scritti da Leonard Cohen se paragonati a Sugar Sugar.

4. The Beatles – Ob-La-Di, Ob-La-Da (1968)

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Per la serie “ecco perché preferisco Revolver al White Album”. So che farò incazzare tutti i beatlesmaniaci che mi leggono, il che in parte mi rallegra e in parte mi diverte. Certamente quattro ragazzi così produttivi e influenti come i Beatles, una cagata dovevano pur farla. Eccola qui. Impacchettata con citazioni fintamente eccezionali, come quella su Desmond Dekker, questa canzone è insopportabile. È roba vecchia anche per Buddy Holly, figuriamoci per i Beatles che nello stesso album avevano materiale come Yer Blues o Helter Skelter. Riesco a perdonare Paul McCartney solo augurandomi che fosse in un paradiso lisergico lontano dall’umana dimensione cosmica quando ha registrato questa schifezza.

3. Napoleon XIV – They’re Coming to Take Me Away, Ha-Haaa! (1966)

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Chiariamo subito: detesto i finti alternativi che, solo perché un singolo ha avuto poco successo, mi fanno sentire le loro grandi scoperte. In questo pezzo non c’è niente di grande, a parte la noia. Succede sempre con i pezzi strani, se sono poco ascoltati o se vengono riscoperti a decenni dalla loro pubblicazione entrano magicamente a far parte del culto dei ricercatori. Ciò che duole, a parte i testicoli, è che non vi è alcuna ricerca da fare. È semplice: il pezzo è uno schifo.

2. Larry Verne – Mr. Custer (1960)

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Questa canzone è una devota preghiera nei confronti del Generale Custer, in cui lo si implora di non attaccare gli “indiani selvaggi” (cito dal testo). Non so se mi infastidiscono di più i finti cori indiani all’inizio del pezzo o il tono da cowboy fieri del coro. Mi permetto di citare Tarantino e sostengo con tutto me stesso che questa canzone è utile quanto un buco del culo sul gomito.

1. Susan Christie – I Love Onions (1966)

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Susan Christie merita questo posto. Cantante relativamente poco conosciuta in Europa, il suo singolo di maggiore successo è un’ode alle cipolle. La parte peggiore è il (palesemente) finto ambiente anni ’30 di questa canzone, con la Christie che intona sorridente e con un fil di voce questa sbobba cacofonica e potenzialmente radioattiva. Quando la ascolto, immagini di torture sanguinarie e di pura gloria sadica invadono la mia mente, riscaldandomi l’anima. Se dovessi mai stilare una top five dei peggiori pezzi di sempre, questa traccia occuperebbe una posizione importante.

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06/08/2013

Fade to Black #1: Blues & Soul

Sto seduto sul divano dopo un campeggio a 2’300 metri che mi ha fatto ulteriormente capire quanto velocemente io stia invecchiando. Avvicino il mio computer tra dolori muscolari e un’enorme diminuzione della mia autostima dovuta alla mia scarsa, quasi imbarazzante, condizione fisica. Finito di compiangermi ricordo di aver promesso ad un amico lettore un articolo che affrontasse i più bei libri della musica black. Come al solito il talebano in me sa bene che i libri, anche i più belli, possono solo illuminare una strada. È l’ascoltatore che decide se percorrerla e, una volta incamminatosi per quella strada, se farsi stupire dal panorama che lo attende o se tornare a casa con il cuore pieno di delusione.

Va detto che la maggior parte dei libri di musica a cui tengo li conservo in formato elettronico, spesso si tratta di antologie di oltre 300 pagine e non ho nessuna voglia di sfondare le mie già precarie librerie. Il fatto è che, una volta letto un libro, difficilmente ci torno su e mi è pure più comodo aprire un file mentre ascolto un disco piuttosto che sfogliare la bibbia di Gutenberg alla ricerca di informazioni.

La seconda premessa riguarda la lingua: i libri migliori sono in inglese. Non che non esistano libri validi in italiano, ma spesso questi attingono a piene mani da volumi precedentemente scritti in inglese. Vale dunque fare un minimo di fatica e scoprire di più dai protagonisti di quel genere.

La terza e ultima premessa riguarda Wikipedia. Il mio giudizio sulla qualità delle informazioni reperibili su Wiki è abbastanza severo, penso semplicemente che i dati spesso vengano assemblati e presentati come sono nella testa della persona che ha scritto quella voce. Ciò significa inevitabilmente che l’unica cosa verificabile in ogni articolo sono le fonti, poiché come sono usate dipende dalla persona dietro al computer, e le persone sono strane. Quindi la migliore maniera di consultare Wikipedia è una ricerca che parta dalle fonti citate, così che i liberi di pensiero possano farsi una propria opinione cum grano salis.

Dando un’occhiata al mio hard disk pieno di files inutili, trovo due libri che mi hanno cambiato la vita. Due vere e proprie pietre miliari nel panorama della musica black. Il primo è “The Devil’s Music: A History Of The Blues” scritto divinamente da Giles Oakley e il secondo è “Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom” di Peter Guralnick.

The Devil’s Music: A History Of The Blues

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Questo libro tratta tutto quello che dovete sapere sul blues. Parte da New Orleans e, seguendo il fiume, narra la storia della musica sul Delta del Mississipi. Non si può parlare di blues senza parlare di Robert Johnson e non si può parlare di Johnson senza tirare in ballo il diavolo. Il demonio popola le leggende del blues dalla nascita di questo genere, il libro di Oakley non solo ne parla, ma tira fuori testimonianze inedite, pagine di diari strappate e interviste mai lette o sentite altrove. L’autore ha fatto una ricerca di oltre un quarto di secolo per scrivere questo volume e, riga dopo riga, il lettore percepisce lo spessore e l’attendibilità delle informazioni. Si parte dal primo suono di New Orelans e si arriva ai tendoni in cui i musicisti si esibivano durante le fiere, poi si fa tappa davanti ai primi teatri che ospitavano concerti, bevute e scazzottate. Si parla anche del ruolo, spesso sottovalutato, che le donne ebbero nello sviluppo e nella diffusione della musica blues, partendo dalla meravigliosa Bessie Smith. Divertentissimo leggere dei primi studi di registrazione che ad Atlanta e a Memphis spuntavano come funghi, di come spesso un singolo veniva suonato, registrato e stampato in mezza giornata. Questo libro parla a chi già ama il blues e a chi ancora non lo conosce, dando tutti gli elementi necessari per formarsi: si parla del contesto, si parla dell’epoca, si parla dei personaggi e del significato del genere musicale. Ci sono Charley Patton, W.C. Handy, Lead Belly, Henry Thomas che metteva le basi per il Texas blues. Chi ama il blues troverà questo libro pieno di sorprese, un percorso musicale ricco di scoperte e informazioni impossibili da reperire in qualsiasi altro modo. Ne consiglio la lettura sia agli estremisti talebani che ai semplici curiosi.

Sweet Soul Music: Rhythm and Blues and the Southern Dream of Freedom

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A parte la sua totale, quasi malsana infatuazione nei confronti di Elvis Presley, Peter Guralnick è uno dei maggiori esperti di storia musicale degli Stati Uniti. Il motivo per cui amo questo libro più di altri dello stesso genere, è perché non ha paura di affrontare la realtà. La realtà è che la musica soul non può essere apprezzata davvero se non si capisce a pieno il contesto sociale e culturale in cui ha preso piede. Se vogliamo davvero parlare di soul si deve parlare di Rosa Parks, si deve parlare del Black Wall of Pride di Atlanta e di quanto il rhythm and blues fosse il massimo dello sviluppo di quel genere prima che cambiasse forma e colore, come un camaleonte, diventando funk. Anche in questo libro le cose vengono affrontate come in una discussione ricca di spunti e nuove nozioni. Illuminanti le tante interviste con i protagonisti del genere, fra cui Jerry Wexler (vice presidente della Atlantic Records), Rodgers Redding (fratello di Otis), Garnet Mimms o Wilson Pickett. La parte centrale del libro parla della Stax Records, dal 1961 alla Golden Age del 1967, fino alla definitiva separazione dalla Atlantic. Si racconta di quando Sam & Dave registrarono Hold On I’m coming negli studi della Stax e di come nacque I Got A Sure Thing di Ollie & The Nightingales. Si parla di studi, di bobine e di vinili, mentre per strada il Movimento per i Diritti Civili partoriva il braccio più violento della protesta, le Pantere Nere.

Dopo aver riletto qualche paragrafo per scrivere questo articolo sposto il computer e sono sempre più convinto che i libri non risolvono i misteri, non regalano magicamente la conoscenza di tutto il soul o il blues suonato fino ad ora. Mostrano una strada fatta di esperienze reali, di incontri con i protagonisti, di storie che non si conoscono se non in minima parte. Presentano i fatti prima delle opinioni e questa è di per sé una garanzia di qualità. E poi, diciamolo, è meglio conoscere tutta la storia da chi l’ha fatta piuttosto che brandelli dei fatti messi insieme da qualche ragazzino brufoloso, grasso e pseudo esperto su Wikipedia.

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