24/07/2013

Non tutti i mali vengono per nuocere: Billy Corgan and The Infinite Sadness

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Billy Corgan, cantante degli Smashing Pumpkins ha sofferto di depressione per molto tempo. È stato abusato in giovane età e, come molte vittime di abusi, ha collezionato una serie di ansie e paure sufficienti a far impallidire il più insicuro e chiuso dei Prozac maniaci di quel periodo. Per questo incarnava alla perfezione il prototipo del front man di un gruppo di alternative rock degli anni ’90. Il tutto è perfettamente comprensibile, specialmente se il cantante in questione sceglie il nome del gruppo prima ancora di averne uno, come nel loro caso. Tutto è nato per gioco, secondo Corgan, inventandosi una storia diversa ad ogni intervista in cui il solito giornalista idiota e privo di fantasia gli pone la stessa grigia domanda: “da dove viene il nome Smashing Pumpkins?”.
A volte la sofferenza ti spinge a creare qualcosa. Chissà, forse per esorcizzare tutto lo schifo che hai ingoiato fino a quel punto, tutto quello che ingoi ogni giorno e tutto quello che dovrai ingoiare in futuro. Il percorso musicale degli Smashing Pumpkins è (quasi sempre) stato in evoluzione e lo si capiva già dal secondo disco, Siamese Dreams, che li ha proiettati in un mondo dove ascoltatori e critici non riuscivano ancora a pieno a capirli né ad accettarli.

Ci siamo evoluti dall’essere chiamati i nuovi Jane’s Addiction ad essere i nuovi Nirvana, ora pare che siamo i nuovi Pearl Jam“, dichiara nell’ottobre del 1993 alla trasmissione di MTV 120 minutes. I tempi erano ben diversi da quelli attuali. Innanzitutto MTV era ancora un’emittente che trasmetteva video di musica e non reality show di palestrati impomatati che si insultano, si picchiano e fottono alla luce del sole. Inoltre quel ramo della musica rock aveva voglia di gridare al mondo tutta la sofferenza che si portava dentro. Era come se i gruppi di allora avessero saputo rivisitare le origini, passando dall’immagine degli idoli per adolescenti ereditati dagli anni sessanta e settanta a quella generazione senza più sogni, ma con ancora un sacco di cose da dire. Cantanti come Kurt Cobain, Mark Lanegan e Billy Corgan hanno visto i loro sogni allontanarsi in volo e li hanno sistematicamente presi a sassate, dando origine ai brani più belli di quella generazione.

La prima volta che ho ascoltato Mellon Collie and The Infinite Sadness avevo 16 anni e, ammetto, mi ha aperto un mondo. Era il momento in cui il grunge andava di moda, in cui i giovani portavano vecchie Converse e camicie di flanella anche in pieno agosto. Era il momento in cui chiunque imparasse a suonare una chitarra ti rifaceva il riff di Come As You Are e ti guardava soddisfatto. Bei tempi.
Il punto è che in pochi avevano davvero capito da dove viene quella musica, così come pochi lo capiscono ancora oggi. Diavolo, io stesso ogni volta che riascolto questo disco ho l’impressione di cogliere qualcosa che prima, per distrazione o per mancanza di disponibilità, mi era sfuggito.

Il contrasto. Non è in fondo questo che rende il nostro mondo così fantastico? Il contrasto tra la rabbia di “Love” e la dolcezza di “Cupid De Locke”. Il contrasto tra musica e testo, che trasforma una ballad e la sposa con parole come See the devil may do as the devil may care/He loves none sweeter as sweeter the dare/Her mouth the mischief he doth seek/Her heart the captive of which he speaks. Come si fa a non innamorarsi di questa band?

Billy Corgan è una persona ordinaria che ha vissuto una vita straordinaria. Ha danzato con la distruzione come si fa con una bella amante in un tango appassionato, lungo quanto una vita. Lo dice chiaro e tondo ai giornalisti che lo assillano approcciandolo sorridenti e un po’ intimoriti. Come la bella Neph Basedow dello Houston Press che gli domanda come funziona il suo processo creativo e lui, col candore di un bambino risponde: “un buon artista dev’essere disposto a morire per quello che fa. La cosa divertente è che io sono già morto così tante volte“.

Nel corso della sua metamorfosi kafkiana ha superato tanti dolori, dal decesso della madre nel 1996 alla rottura del gruppo nel 2000, che si è poi riformato senza James Iha e Melissa Auf Der Maur. Se dicessi che gli Smashing Pumpkins di Zeitgeist sono gli stessi di Mellon Collie and the Infinite Sadness mentirei. Ma qui non è questione di meglio o peggio. Il suono è molto diverso, anche se il timbro è sempre quello di Corgan e anche se il suo range vocale fa sempre rabbrividire.
Io comunque per il futuro di questa grandissima band non mi preoccupo troppo. Tanto prima o poi moriamo tutti. Più volte.

 

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23/07/2013

Shades of Blue #1: Le acque fangose del Mississipi

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Capita di rado che un disco dal vivo risulti così eccezionale da superare anche la versione registrata in studio di quelle canzoni. Probabilmente questo è anche dovuto al fatto che le case discografiche buttano fuori album live con la stessa regolarità con cui una persona affetta da dissenteria va a visitare il bagno. Questi album sono una sorta di filtro, un passaggio che le major usano per generare introiti tra un disco in studio e l’altro.

Quando si parla dei dischi live di Muddy Waters con i feticisti musicali, categoria alla quale non mi vergogno di appartenere, di solito la conversazione comincia parlando di At Newport 1960. E non potrebbe cominciare diversamente, è stato un live spettacolare che ha dato vita ad un gran bel disco. Bisogna anche saper mettere le cose in prospettiva però.

Già perché i primi anni ’70 non sono stati un buon periodo per McKinley Morganfield, conosciuto come Muddy Waters. Nell’ ottobre del 1969 ebbe un brutto incidente automobilistico, che causò la morte di tre persone e costrinse lui su un letto d’ospedale per mesi. Durante la convalescenza impiegò parecchio tempo per tornare a sentire le mani come prima, una condanna per un chitarrista. A tutto questo si aggiunge la scomparsa della moglie Geneva, morta di tumore nel 1973.

Quando fu pubblicato, nel 1979, Muddy “Mississipi” Waters Live conteneva solo sette canzoni. Grave errore che fu poi corretto in tempi brevi attraverso la release di una Legacy Edition di 18 brani.
Il disco si apre con una versione incendiaria di Mannish Boy, probabilmente una delle migliori che io abbia mai sentito. Il resto è un susseguirsi di grandi classici interpretati magistralmente, senza considerare l’emozionante elegia dedicata a T-Bone Walker prima di suonare “Stormy Monday Blues”.

Ho conosciuto molte persone nel business della musica, alcuni hanno vissuto momenti di enorme successo come quelli che stiamo vivendo noi ora. E quando questi musicisti, queste persone speciali se ne vanno è sempre motivo di tristezza. Il tizio di cui parlo non sarà mai rimpiazzato.

Poi inizia a suonare e il pubblico esplode. Anche l’editing di questo album è pensato molto bene, almeno nella Legacy Edition, si ha l’impressione di essere presenti al concerto. Mi vengono i brividi ascoltando Hoochie Coochie Man e Got My Mojo Working. Mi rassereno ascoltando Everything’s Gonna Be Alright e Trouble No More.

Ogni tanto bisogna ascoltare dischi come questi. Muddy “Mississipi” Waters Live è, per chi ci crede e per chi ne ha una, una vera cura per l’anima.

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22/07/2013

Braccia rubate all’agricoltura: Stubborn Heart

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Eccomi al capolinea. Mi sforzo. Cerco di capire le intenzioni degli Stubborn Heart, cerco di capire i critici britannici della BBC che ne parlano come di “un duo che ha creato un nuovo mondo, la cui musica ha forgiato un pop alternativo proveniente da un altro pianeta” (cit. Tom Hocknell, BBC Online Reviews).

Nessuno dice che questo pianeta è già stato esplorato da gente come James Blake o i Four Tet. Il risultato dell’esplorazione è che non c’è vita su quel mondo. Non c’è mai stata.

Per quale motivo spaccarsi la testa? Perché voler trovare per forza qualcosa di positivo? I grandi dischi esistono perché la musica è costellata di lavori mal fatti, approssimativi e privi di qualsivoglia forma di decenza.
Perché mai parlarne allora? Perché qualcuno dovrà aprire gli occhi dannazione! Come si fa osannare testi con significati inesistenti, in grado di essere replicati alla perfezione dal più stupido degli ornitorinchi?

Troppe domande. Troppe poche risposte. Il disgusto mi attanaglia lo stomaco immediatamente e senza farsi attendere. La prima traccia è un goffo tentativo di sposare un testo fintamente soul, cantato in modo scarsamente pop, unito in qualche modo con una strumentale banalmente elettronica.

Alla seconda traccia “Better Than This”, mi rendo conto che non sarebbe stato difficile fare meglio di così. Mi viene il sangue al cervello e cerco di cancellare ogni traccia del loro passaggio sul mio lettore musicale.

Sono pentito di non avere per le mani il CD per poterci passare sopra con l’automobile e dargli fuoco, ballandoci intorno e ridendo come in un rito sabbatico. Riflettendo mi rendo conto che Tom Hocknell, il giornalista che li ha recensiti, è solo uno dei tanti poveri stolti che osannano la novità. Uno che non ha mai scritto una recensione negativa, un critico privo dell’occhio critico e con un probabile deficit all’udito. Il nuovo fa bene, ha sempre fatto bene alla musica, ma c’è novità e novità. A volte qualcosa è nuovo perché il mondo non ha ancora sentito un’idea tanto brillante, altre volte invece la novità sta nel fatto che nessuno avrebbe mai avuto un tale cattivo gusto.

Il disco è sbagliato, il suono è sbagliato e mi auguro che qualcuno se ne renda conto. Agli ammiratori degli Stubborn Heart vanno le mie più sentite condoglianze, unite alla speranza che l’ascolto di quest’album possa aiutarli nella loro costipazione musicale. Andate, vi prego, andate a cagare.

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21/07/2013

Lost and Found #1: Il frutto proibito di Nina Simone

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Quando si parla di Nina Simone ci si dovrebbe inchinare. Non solo, bisognerebbe avere la riservatezze e il rispetto per spendere poche, significative parole sul suo conto.
In questo caso parlerò di un disco, ben conosciuto agli appassionati ma spesso purtroppo sottovalutato: The Forbidden Fruit. Si ha a che fare qui con una raccolta di tracce che di certo non hanno reso famosa la nostra Eunice, come l’hanno chiamata i genitori.

Enorme è il rimpianto di non averla mai vista dal vivo, non mi resta altro che godermi il live alla Carnegie Hall e immaginare come sarebbe potuto essere. The Forbidden Fruit è un album sofisticato. Breaking rocks out here on the chain gang/Breaking rocks and serving my time, cantava Nina ed è esattamente quello che ha fatto. Ha davvero spaccato pietre, metaforicamente parlando. Ha lavorato una vita, partendo con il sogno di diventare una pianista classica, pagandosi le scuole di canto grazie alle serate che faceva nel fumoso Midtown Bar & Grill, sulla PAcific Avenue di Atlantic City.

Nonostante facesse parte della stessa generazione eclettica di Aretha Franklin o Dusty Springfield, ha dovuto lottare per il successo più di ogni altro suo collega. Ha lottato tutta la vita, e lo si sente dalla sua voce calda e sofferta. Ha studiato ed è arrivata ad essere talmente brava che difficilmente si può rimandare il suo stile di canto a qualche artista sentito prima di lei.
Certo, sia chiaro, ai Tempi di The Forbidden Fruit non era ancora esplosa la Nina Simone del movimento per i diritti civili, non aveva ancora scritto “Mississipi Goddam”, non aveva ancora cantato “Old Jim Crow”, si tratta quindi di una fase di passaggio. L’album è interessante per questo, perché è indefinito nell’indefinibile mondo musicale di questa grande artista.

Il fango denso e, a volte, intrappolante del blues di quell’epoca se lo lascia scorrere addosso rispettando la tradizione. Salta con la leggerezza di un cerbiatto dal jazz acrobatico al blues più profondo, in un disco che difficilmente si riesce a sentire tutto insieme. Ma questo non è un problema quando “No Good Man” alleggerisce il mio salotto in una tiepida sera estiva, non è un problema quando mi sembra l’amante segreta di Muddy Waters in “Rags and Old Iron”, scritto per lei da Norman Curtis e Oscar Brown Jr. Di certo non è un problema quando mi godo “Where Can I Go Whithout You”, con musica di Victor Young. Tutta gente in gamba insomma.

Nina Simone è come il buon vino, migliora con l’età. Per questo non si tratta del suo migliore disco, anzi, probabilmente è uno dei peggiori. Ma io ho sempre avuto un debole per i reietti.

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20/07/2013

I tempi stanno cambiando: è ora di conoscere il vero Bob Dylan

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Tony Glover all’epoca aveva solo 24 anni, la sua abilità nel blues era già nota ai più. Si sapeva che Tony aveva un buon carattere, che peggiorò col tempo diventando il vecchio bastardo che tutti noi amiamo, ma in quel momento della sua vita era solo un ventiquattrenne che suonava il blues. Era il settembre del 1963 e Tony andava a far visita al suo amico Bob Dylan, che stava seduto per terra nel suo appartamento, circondato da fogli pieni di poesie, appunti, canzoni e ogni genere di pensiero scribacchiato e appuntato con la fretta di chi ha bisogno di bloccare un’idea.

Appena entrato Tony, vedendo il mare di carta per terra che quasi annega il suo amico, prende un foglio a caso. Dopo averlo tirato su, comincia a leggerlo ad alta voce: come senators, congressmen please heed the call. Era il foglio originale su cui Dylan stava scrivendo The Times They Are a-Changin’.

Più di vent’anni dopo, nell’album Biograph, i fanatici di Dylan sentiranno le belle interviste registrate e condotte da Cameron Crowe, in una delle quali Dylan dichiarerà:

Volevo scrivere una grande canzone fatta di versi brevi e concisi, per metterli insieme in modo quasi  ipnotico. Il movimento per i diritti civili e il movimento della musica folk si stavano avvicinando e io volevo che fossero allineati.”

Beh, direi proprio che ci è riuscito. Ora, quando si parla di Dylan, molti sono naturalmente prostrati a venerare il Dio dietro quella chitarra e con quell’armonica davanti alla bocca. Io invece difficilmente idolatro chicchessia in maniera gratuita. Che Dylan abbia scritto e composto bellissime canzoni è assolutamente fuori discussione, che abbia influenzato pesantemente con quella sua voce nasale e insistente la musica fatta durante e dopo di lui è altrettanto innegabile. Da qui però a sostenere, come fa certa stampa, che il suo migliore lavoro è l’album The Times Are A-changin’ ce ne passa eccome.

La traccia che dà il titolo al disco è piazzata dal Rolling Stones Magazine (versione americana, si badi) al numero 59 tra le 500 canzoni migliori al mondo, qualche posizione dopo “When a Man Loves a Woman” del grande Percy Sledge. Il problema che quei geni redazionali del Rolling Stones non hanno considerato è che non puoi costruire delle classifiche basate sul numero di vendite. Se e quando si stila classifica, lo si fa usando il criterio della qualità. Tant’è che, ascoltando l’album The Times Are A-changin’ senza lasciarsi impressionare dall’impatto storico avuto dalla titletrack, pezzi come “North Country Blues” o “Ballad of Hollis Brown” hanno, musicalmente, un valore decisamente maggiore.

Certo questo sfugge, perché non ce n’erano di hippie strafatti di LSD a cantare le ballads di blues, bellissime, scritte da Bob Dylan in quegli anni. Capita a tutti gli artisti che scrivono una canzone che, per un motivo o per l’altro, riscuote un grande successo. Basti pensare a quanti fan dei Beatles sanno a memoria “Ob-La-Di, Ob-La-Da” e si dimenticano di “Helter Skelter”. O a tutti quelli che adorano il tema centrale del film Shaft, la cui soundtrack è curata da Isaac Hayes, ma ti guardano a bocca a perta quando gli parli di “Early Sunday Morning” o di “Be Yourself”.
Spesso si ritiene che il singolo più noto sia anche il migliore pezzo dell’album, anche quando la differenza di qualità con altre canzoni è palese.

Continuo con la mia operazione di distruzione dell’importanza data a questa canzone di Dylan nel corso degli anni, faccio un passo avanti e cito un bel passaggio del libro di Clinton Heylin, Bob Dylan Behind The Shades Revisited. Un passaggio che ci narra di quando Tony Glover, di cui si è parlato qualche paragrafo fa, dopo aver letto il testo di The Times They Are a-Changin’ dice a Dylan: “Amico, cos’è questa merda?”. Lo stesso Dylan, che in moltissime interviste future parlava di lotta per i diritti umani e di liberazione della gioventù legata a quella canzone, risponde all’amico con un lapidario: “Beh, sai, sembra essere quello che la gente vuole sentire”. (cit. Heylin, Bob Dylan Behind The Shades Rivisited, p. 126).

Questo dovrebbe far riflettere molti mancati sessantottini che vedono in quella canzone il “simbolo della rivolta”. In realtà la discografia di Bob Dylan è piena di perle, così come lo è il disco in questione. “When The Ship Comes In”, per citarne una su tutte, è stata una delle canzoni di Dylan che conta il maggior numero di cover, persino il francese Hugues Aufray l’ha riproposta in francese nell’improbabile “Le jour ou le bateau viendra”.

Ma il disco in generale come suona? Non meglio e non peggio dei dischi di Dylan in quel periodo, la registrazione in studio era ancora sporca e molto vicina alle esibizioni dal vivo. Ma ci vogliono ancora due anni, bisogna aspettare il 1966 per il vero album capolavoro del poeta capellone del Minnesota: Blonde on Blonde.

bonbdylan

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