Dove si va quando la musica è un viaggio?

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Penso che ancora troppo pochi conoscano i Pussywarmers. Dire che la loro musica è particolare sarebbe usare un eufemismo. Di conseguenza ho rimaneggiato una mia vecchia recensione pubblicata su agendalugano.ch in cui parlo proprio di questa band, meravigliosamente atipica.

Tutti hanno viaggiato nella vita, spesso per vacanza o per divertimento. Si viaggia per scoprire nuovi paesi, incontrare nuove culture, o semplicemente per allontanarsi dal quotidiano. Pochi però sono quelli che hanno fatto un viaggio tanto per il gusto di farlo, un viaggio zingaro. I Pussywarmers con questo disco scandiscono un percorso in diverse tappe, un tragitto nomade per natura, accompagnandolo con la musica del loro circo itinerante.

The Chronicles of the Pussywarmers è una sorta di Freak Show che si apre con “Me and me girl”, brano che chiarisce subito quale sarà il panorama da godersi nella roulotte dei Pussywarmers.
Nonostante il gruppo abbia un carattere unico, che lo distingue dalla moltitudine dell’indie folk che invade le strade come un’inondazione, le atmosfere dell’album variano di continuo. Scelta che può rivelarsi molto rischiosa quando un gruppo non ha delle proprie radici. I Pussywarmers però non corrono il rischio di perdersi, perché il loro punto di forza maggiore risiede nell’essere una band che si ritrova ovunque e in nessun posto allo stesso momento.

Messa in questi termini può sembrare filosofia musicale spicciola, ma in realtà è la base di un ragionamento più ampio. Una band può ispirarsi ad una serie di artisti di riferimento, ma deve mantenere un carattere proprio che la distingua da tutto il resto. Perché mai riproporre musiche già sentite, minestroni dai mille ingredienti e con nessun vero sapore? Non sarebbe meglio percorrere le strade della trasformazione musicale, anche a costo di sembrare troppo diversi rispetto a quello che è stato fatto fino a quel momento?
L’esperienza insegna che l’originalità a tutti i costi spesso degenera nello schifo inascoltabile, ma questo non significa che tutta la musica deve appiattirsi agli standard dettati dai grandi nomi e dalle cifre delle vendite. I Pussywarmers sono un gruppo che bisogna scovare e ascoltare scoprendo i punti da cui attingono e apprezzando quanto riescono a metterci di proprio.

Ne è prova lampante “Chanson d’amour (Cen’est pas pour moi)”, che è la mosca bianca del disco, quasi fosse una traccia a parte. Si trasforma cambiando colore come un camaleonte che si sposta di pianta in pianta. Una ballata che vive una propria metamorfosi, divenendo quasi un valzer dedicato all’incredulità nei confronti dell’amore romantico e sognatore. Avendo l’animo di un cinico amo il testo da subito, la parte musicale sembra un’evoluzione della psichedelia garage dei The Castaways, unita ad una brass band di musica gitana, fuggita dal set di un film dell’orrore ambientato in uno strambo luna park. C’è tanta carne sul fuoco.

In questo album si trova di tutto, mille progressioni multicolori e inebrianti, passaggi musicali che spesso sembrano non avere un senso preciso e univoco, lasciando così libero l’ascoltatore di attribuirgli il proprio significato, com’è giusto che sia. L’esempio migliore è “Credo creperò”, apparentemente un puro e semplice gioco di parole, ma poi alla fine no. O forse sì. Ammetto che a volte ho necessità di sapere se mi si sta prendendo in giro o se, nel gioco della musica, quello che ascolto ha davvero un senso compiuto. The Chronicles of Pussywarmers non è il disco che vi darà queste risposte. Al massimo, e non è poca cosa, vi stimolerà a porvi nuove domande.
Seguo l’ascolto interessato, a tratti ritorno su un passaggio o riascolto l’interpretazione di un ritornello. Mi trovo sempre di più a chiedermi da dove diavolo saranno spuntati questi personaggi, la loro musica mi ricorda i film grotteschi del primo Terry Gilliam.

Arrivato alla fine del disco rimango innamorato del gruppo in sé, ma titubante nel mio giudizio. Penso di avere un obbligo morale nei confronti di chi legge, penso che dovrei cercare di essere super partes, di essere oggettivo. Poi ci rifletto un po’ su e mi mando a quel paese. Non c’è niente di più soggettivo della musica, il gusto musicale è personale come quello per il cibo. Non c’è una regola e non c’è una soggettività nel giudizio, altrimenti non sarebbe tale.
Dopo la sempre penosa operazione di riascolto, in cui tutto viene messo in crisi, finalmente trovo un equilibrio. Al diavolo l’obbligo morale e al diavolo l’oggettività! Questo disco è spettacolare. Mi va addirittura di citare “Stolen heart”, penultima traccia dell’album. Se ancora ho pensato che le cose in questo disco sono in buona parte lasciate al caso, mi ricredo subito appena ascolto le parole del cantante: “we’re laughing ‘cause we’re afraid to cry”. Finisco l’articolo con il sorriso in bocca, perché tocca fare fatica per scovare gruppi come i Pussywarmers, ma la scoperta vale tutto il lavoro fatto.

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