30/07/2013

Il peggio del peggio #2: (in)successi anni ’90

Oltre ai dischi da non avere negli anni ’80, esistono parecchie canzoni nei ’90 che mi hanno tormentato per molto, troppo tempo. Il decennio del 1980 era alle porte, finito il periodo in cui le donne portavano le spalline e gli uomini usavano la lacca sui capelli. Chiunque si sarebbe augurato la fine del declino, regalando a noi poveri mortali la prospettiva di un futuro migliore. Come sempre però non c’è limite al peggio e anche gli anni ’90 ci hanno vomitato addosso la loro abbondante dose di immondizia discografica.

10. No Doubt – Don’t Speak (1996)

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Se esiste al mondo una canzone che simboleggia il potere di diffusione e di distruzione delle radio, è “Don’t Speak”. Mi ha tormentato per mesi, con la stessa insistenza di una stalker. Si tratta di un pezzo alternative/soft-rock cantato in maniera pessima da Gwen Stefani, che in un secondo momento si è dedicata alla carriera da solista regalandoci musica ancora peggiore.

9. Ricky Martin – Livin la vida Loca (1999)

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Altra tremenda hit radiofonica. Cronologicamente ha dato il via al trend della musica latina da esportazione, tendenza che è giunta all’apice con il disco Supernatural di Santana, ampiamente riconosciuto come uno dei peggiori album della sua carriera.

8. Aqua – Barbie Girl (1997)

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Gli Aqua dovrebbero morire affogati. La loro inutilità sfiora quella di un frigo a pedali.

7. The Cranberries – Zombie (1994)

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Una lunga, interminabile camminata pseudo grunge tra i problemi dell’IRA con parole presumibilmente scritte da un pesce palla, cantate da una donna che sta apparentemente vivendo il più gutturale, inesorabile, pesante travaglio rispetto a qualsiasi altra partoriente che l’abbia preceduta.

6. Savage Garden – Affirmation (1999)

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Non so se il nome Savage Garden rispecchi una metafora della peluria corporea, o se voglia incitare l’ascoltatore a trasformasi in vegetale per meglio apprezzare la musica di questo cosiddetto gruppo. Fatto sta che questo pezzo decanta i più facili, vomitevoli, disgustosi positivismi nella storia della musica pop. I Savage Garden sono altri due personaggi di cui non sentirò mai la mancanza.

5. Celine Dion – My Heart Will Go On (1997)

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Una ballad che si è attaccata alla parte alta delle classifiche radiofoniche come una cozza con il suo scoglio. La voce di Celine in questo pezzo è riuscita addirittura a saturare la tristezza e la depressione residue dopo la vista di Titanic. Io sono tra quelli che avrebbe voluto vedere anche Celine Dion su quel transatlantico maledetto.

4. Backstreet Boys – I’ll Never Break Your Heart (1996)

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Generalmente sono contro la pena di morte, ma per i Backstreet Boys farei volentieri un’eccezione.

3. Hanson – Mmmbop (1997)

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Gli Hanson, ovvero “ma non dovevate essere a scuola?!”. Ecco cosa succede quando i genitori spingono i figli a fare i cantanti, senza mai averli sentiti cantare. L’immagine dei tre ragazzini biondi nel video di questo singolo è ormai indelebile dalla mia testa e mi tormenta nelle fredde notti di plenilunio. Hanno chiamato il loro album “Middle of Nowhere”, letteralmente “Nel mezzo del nulla”. Questa scelta avrebbe dovuto destare qualche sospetto, no?!

2. Cher – Believe (1998)

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Oltre alla morte della musica, questo pezzo sancisce la nascita dell’Auto Tune. Non ho bisogno di altri motivi per metterla in lista.

1. Los del Rio – Macarena (1994)

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Riesco facilmente ad immaginarmi una nuova versione della scena in cui Alex DeLarge, protagonista di Arancia Meccanica, subisce la terapia che dovrebbe guarirlo dalla violenza. In quel momento nella mia mente Alex viene torturato obbligandolo a sentire “Macarena” fino a quando il cervello non gli esplode. Ricordo che, ogni volta che la radio la passava (e ogni volta era una volta di troppo) vedevo le persone scatenarsi e ballare seguendo il tempo come in preda all’effetto di strane droghe. Rimanendo in tema, ha fatto più male alla musica questa canzone che l’eroina per le strade negli anni ’80.

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29/07/2013

Grattando il fondo #1: Il mondo psichedelico di Roky Erickson

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Spesso appartenere alla categoria dei pazzi può essere molto comodo. Permette di farsi da parte, di essere fuori dalla cerchia dei “normali”, fuori dalle loro chiacchere, dai loro lavori monotoni e dalle loro cravatte. Molti ci tengono all’idea di rimanere “fuori”. Capisco molto bene chi non vuole essere accomunato ad una corrente, a un movimento culturale, ad un unico genere musicale. Le generalizzazioni mi stanno strette da sempre, ma quanto è bene non fare parte del mucchio quando è il mucchio stesso che ti ha cacciato? Quanto può far bene la solitudine, quella vera?

Sarà che sono stufo di leggere recensioni su musicisti conosciuti che, a conti fatti, non hanno mai portato una vera innovazione all’interno del loro genere. Sono stufo marcio del giornalettismo che ritiene la critica musicale poco utile, prostituendosi con un gran sorriso al miglior offerente per un po’ di visibilità. Sono stanco di leggere belle parole prive di anima, finte opinioni più che opinabili.

Eccomi dunque al limite dell’esaurimento avendo ormai superato da tempo quello della follia. Voglio scrivere di un gruppo che ha fatto la storia del garage rock e del rock psichedelico: i 13th Floor Elevators. Si tratta senza ombra di dubbio della band più sottovalutata della storia del rock, spariti come per magia da moltissime antologie, hanno una storia che vale la pena raccontare. Li ascolto in cuffia ad alto volume, mentre le mie dita battono freneticamente sulla tastiera, scandendo il ritmo della vendetta.

Diciamo le cose come stanno, il periodo che va tra il 1965 e il 1969 ha cambiato il modo di fare, di sentire e di parlare di musica per sempre. Sono gli anni di Rubber Soul dei Beatles, di Out of Our Heads degli Stones, gli anni di Blonde on Blonde di Dylan, di Freak Out! di Frank Zappa. È il periodo dei capolavori. Appena si pensa a quell’arco di tempo vengono in mente ragazzi con i capelli lunghi, Woodstock e un sacco di musica indimenticabile. In un tempo di tale fermento su tutti i fronti, è inevitabile che alcune band siano finite nel dimenticatoio, tritate dal successo di un unico singolo o schiacciate sotto la generale indifferenza.

Tra queste band, per mille vicissitudini, ci sono anche i 13th Floor Elevators. Le ragioni della loro segregazione a gruppo cult non sono frutto di una scelta dei membri, ma possono essere ricondotte a diverse cause. Buona parte è dovuta al fatto che la loro intera discografia si concentra in 4 album, pubblicati nell’arco di tre anni. Di questi, 3 sono frutto dei loro sforzi in studio e uno è un album fintamente live, costituito da cover e versioni non definitive a cui sono stati posti degli applausi in un secondo momento per replicare l’effetto dal vivo. Oltre alla quantità relativamente ridotta della loro produzione, altri fattori hanno contribuito allo sfacelo di questa band, che occupa senza dubbio una posizione essenziale nella storia del rock, sia garage che psichedelico.

Uno dei fattori determinanti va ricondotto al buon vecchio Roky Erickson, cantante e fondatore del gruppo. In un soleggiato pomeriggio del 1968, alla fiera mondiale tenutasi a San Antonio, in Texas, Erickson ha iniziato a parlare una lingua incomprensibile e senza senso nel bel mezzo di un concerto. In meno di un mese gli viene diagnosticata un’acuta forma di schizofrenia e lo spediscono in un ospedale psichiatrico di Houston, dove lo “curano” con una “terapia” a base di elettroshock. Il Texas, stato di origine della band, è di vedute molto strette per quanto riguarda l’uso di droga e probabilmente sia il pubblico, sia le autorità hanno visto un attacco schizofrenico in un fricchettone che era solo strafatto di LSD.

Come moltissimi gruppi in quell’epoca, anche i 13th Floor Elevators erano forti sostenitori dell’uso di droghe allucinogene per aprire i propri sensi. Ora, se già band palesemente affermate come i Beatles o i Rolling Stones erano sotto sorveglianza da parte della polizia per i loro testi e per la loro attitudine anticonvenzionale, posso solo immaginare quanto i gruppi meno famosi potessero essere tartassati. Sempre Erickson fu arrestato nel 1969 dalla polizia di Austin per il possesso di una canna. Un singolo spinello stava per fargli passare dieci anni in prigione, così si dichiarò non colpevole a causa di una diagnosticata malattia mentale. Dopo alcuni tentativi di fuga, tutti finiti male, lo spediscono alla clinica psichiatrica criminale di Austin, dove subirà altri elettroshock e dove gli verrà somministrata una quantità tale di torazina da far assopire un toro da monta.

Roky Erickson rimase in clinica per 3 anni, fino al 1972. Uscito riformò una band ma, nonostante la sua voce stupendamente graffiante, non arrivò mai ad avere l’impatto che ebbero i 13th Floor Elevators sulla musica delle future generazioni. Voglio quindi rispondere alle domande con cui ho aperto questo articolo. Rimanere “fuori” da un certo giro, da certe mode, significa non farsi influenzare. Se è vero che la creatività attinge ovunque, è anche vero che l’originalità sta nell’assenza di influenze. La musica suonata dagli Elevators proviene da un altro pianeta, non tanto per la loro abilità tecnica, ma per la ricerca che è stata fatta a monte. Per questo gli va riconosciuto il primato della sperimentazione a nervi scoperti di un tipo di rock ancora inesistente a quei tempi, insieme alla gigantesca influenza che hanno avuto (e che hanno) sul rock.

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28/07/2013

Dove si va quando la musica è un viaggio?

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Penso che ancora troppo pochi conoscano i Pussywarmers. Dire che la loro musica è particolare sarebbe usare un eufemismo. Di conseguenza ho rimaneggiato una mia vecchia recensione pubblicata su agendalugano.ch in cui parlo proprio di questa band, meravigliosamente atipica.

Tutti hanno viaggiato nella vita, spesso per vacanza o per divertimento. Si viaggia per scoprire nuovi paesi, incontrare nuove culture, o semplicemente per allontanarsi dal quotidiano. Pochi però sono quelli che hanno fatto un viaggio tanto per il gusto di farlo, un viaggio zingaro. I Pussywarmers con questo disco scandiscono un percorso in diverse tappe, un tragitto nomade per natura, accompagnandolo con la musica del loro circo itinerante.

The Chronicles of the Pussywarmers è una sorta di Freak Show che si apre con “Me and me girl”, brano che chiarisce subito quale sarà il panorama da godersi nella roulotte dei Pussywarmers.
Nonostante il gruppo abbia un carattere unico, che lo distingue dalla moltitudine dell’indie folk che invade le strade come un’inondazione, le atmosfere dell’album variano di continuo. Scelta che può rivelarsi molto rischiosa quando un gruppo non ha delle proprie radici. I Pussywarmers però non corrono il rischio di perdersi, perché il loro punto di forza maggiore risiede nell’essere una band che si ritrova ovunque e in nessun posto allo stesso momento.

Messa in questi termini può sembrare filosofia musicale spicciola, ma in realtà è la base di un ragionamento più ampio. Una band può ispirarsi ad una serie di artisti di riferimento, ma deve mantenere un carattere proprio che la distingua da tutto il resto. Perché mai riproporre musiche già sentite, minestroni dai mille ingredienti e con nessun vero sapore? Non sarebbe meglio percorrere le strade della trasformazione musicale, anche a costo di sembrare troppo diversi rispetto a quello che è stato fatto fino a quel momento?
L’esperienza insegna che l’originalità a tutti i costi spesso degenera nello schifo inascoltabile, ma questo non significa che tutta la musica deve appiattirsi agli standard dettati dai grandi nomi e dalle cifre delle vendite. I Pussywarmers sono un gruppo che bisogna scovare e ascoltare scoprendo i punti da cui attingono e apprezzando quanto riescono a metterci di proprio.

Ne è prova lampante “Chanson d’amour (Cen’est pas pour moi)”, che è la mosca bianca del disco, quasi fosse una traccia a parte. Si trasforma cambiando colore come un camaleonte che si sposta di pianta in pianta. Una ballata che vive una propria metamorfosi, divenendo quasi un valzer dedicato all’incredulità nei confronti dell’amore romantico e sognatore. Avendo l’animo di un cinico amo il testo da subito, la parte musicale sembra un’evoluzione della psichedelia garage dei The Castaways, unita ad una brass band di musica gitana, fuggita dal set di un film dell’orrore ambientato in uno strambo luna park. C’è tanta carne sul fuoco.

In questo album si trova di tutto, mille progressioni multicolori e inebrianti, passaggi musicali che spesso sembrano non avere un senso preciso e univoco, lasciando così libero l’ascoltatore di attribuirgli il proprio significato, com’è giusto che sia. L’esempio migliore è “Credo creperò”, apparentemente un puro e semplice gioco di parole, ma poi alla fine no. O forse sì. Ammetto che a volte ho necessità di sapere se mi si sta prendendo in giro o se, nel gioco della musica, quello che ascolto ha davvero un senso compiuto. The Chronicles of Pussywarmers non è il disco che vi darà queste risposte. Al massimo, e non è poca cosa, vi stimolerà a porvi nuove domande.
Seguo l’ascolto interessato, a tratti ritorno su un passaggio o riascolto l’interpretazione di un ritornello. Mi trovo sempre di più a chiedermi da dove diavolo saranno spuntati questi personaggi, la loro musica mi ricorda i film grotteschi del primo Terry Gilliam.

Arrivato alla fine del disco rimango innamorato del gruppo in sé, ma titubante nel mio giudizio. Penso di avere un obbligo morale nei confronti di chi legge, penso che dovrei cercare di essere super partes, di essere oggettivo. Poi ci rifletto un po’ su e mi mando a quel paese. Non c’è niente di più soggettivo della musica, il gusto musicale è personale come quello per il cibo. Non c’è una regola e non c’è una soggettività nel giudizio, altrimenti non sarebbe tale.
Dopo la sempre penosa operazione di riascolto, in cui tutto viene messo in crisi, finalmente trovo un equilibrio. Al diavolo l’obbligo morale e al diavolo l’oggettività! Questo disco è spettacolare. Mi va addirittura di citare “Stolen heart”, penultima traccia dell’album. Se ancora ho pensato che le cose in questo disco sono in buona parte lasciate al caso, mi ricredo subito appena ascolto le parole del cantante: “we’re laughing ‘cause we’re afraid to cry”. Finisco l’articolo con il sorriso in bocca, perché tocca fare fatica per scovare gruppi come i Pussywarmers, ma la scoperta vale tutto il lavoro fatto.

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27/07/2013

(non tutte) Le compilation fanno schifo

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Generalmente preferisco i dischi originali alle compilation, ammetto che spesso snobbo bellamente queste ultime. Ho sempre creduto che le raccolte non fossero di valore perché non sono fatte seguendo il disegno di una band, sono invece figlie della costruzione di un terzo incomodo. Riconosco tuttavia che mi sfuggiva un punto centrale, schiaffatomi in faccia da un amico durante un’accesa discussione qualche sera fa. Le compilation, quelle giuste e non ce ne sono molte, raccolgono la storia musicale dei gruppi di cui difficilmente si trova un disco. Band di spessore che però in pochi conoscono. Questi dischi, oltre al valore aggiunto della rarità, presentano la musica di genere da una prospettiva diversa, quella del sottobosco più fitto, produttivo e libero.

Questo l’ho capito recentemente, ascoltando una compilation di musica che un altro amico mi ha prestato: SuperFunk3. È il disco perfetto sia per l’ascoltatore medio che per il feticista d’annata. Presenta gruppi come Chico & Buddy, un duo di grandi musicisti la cui carriera si esaurisce in un minuscolo vinile contenente due canzoni, “A Thing Called The Jones” e “Can You Dig It”. Non esiste altra traccia sulla terra del passaggio di Chico & Buddy. In SuperFunk3. cantano “Ain’t It A Groove”, pezzo del 1969 con un titolo che ricorda “Ain’t That A Groove” di James Brown, ma con tiro tutto diverso. Una chicca insomma.

can you digg it

SuperFunk è una serie di 3 album, in cui la BGP Records esplora la gran quantità di registrazioni del leggendario produttore di Detroit Dave Hamilton. La tracklist di questi piccoli gioielli è stata pensata da Dean Rutland nel 2002. Rutland, oltre a curare tutta la serie, è noto per la qualità con cui sceglie e assembla i brani per le sue raccolte. Fra i suoi lavori anche Blue Juice, la compilation Funk Soulsisters, nonché diverse belle cose realizzate per la label Blue Note. Superfunk3. è pieno di sorprese, una di queste è “Cat Scream” di Li’l Buck. Si tratta dell’estratto da un singolo rarissimo, quasi introvabile, in cui Li’L Buck suonava divinamente la sua chitarra in “Monkey In A Sack” con i Top Cats. Per gli appassionati, per gli adepti del collezionismo d’assalto, il solo fatto di possedere un disco di quel tipo è fonte di un sentimento a cavallo fra la stima e l’invidia. “Monkey In A Sack” è il trionfo dello street funk d’annata, tutti i classici elementi sono presenti. Apertura con trombe, funky wah-wah e una batteria che scandisce ogni movimeto in 4/4.

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C’è una discreta, ma sempre rara, versione di “Funky Broadway” cantata da Lowell Fulson e registrata nel 1968 per la Kent Records di Los Angeles. Tra i vari artisti prodotti dalla Kent ci fu anche B.B. King. Si tratta di una casa discografica che pubblicò un’enorme quantità di blues, funk e soul, specialmente tra il 1963 e il 1969.

Metto in guardia il maniaco musicale che è in me sull’impossibilità di rimediare tutti gli originali delle tracce contenute in questo disco. Avendo fortuna, dopo mesi di ricerca, si possono trovare forse i singoli di otto canzoni su venti. Stringo i denti e cerco di non pensarci, ma è più forte di me. Continuo a farmi trasportare dalla musica e mi convinco che tutte le compilation dovrebbero avere come scopo unico e ultimo di ripescare le rarità, o far scoprire nuove interpretazioni di canzoni conosciute trasformate totalmente rispetto all’originale. So bene che spesso così non è, me l’hanno insegnato i vari Greatest Hits, Best Of e simili. Bisogna saper sentire, ascoltare fino in fondo quello che propone la raccolta e vedere il tipo di ricerca che è stato fatto. Se il disco contiene una serie di tracce famose probabilmente si tratta di canzoni tutte facili da trovare nei dischi di quegli artisti, in quel caso è decisamente meglio recuperare gli originali. Anzi, dovrebbe essere obbligatorio.

Dopo aver sentito i due vinili di SuperFunk3. spengo il mio giradischi e mi metto a scrivere. Ringrazio i miei due amici, quello della discussione accesa e quello che mi ha prestato il disco. Mi hanno dato l’opportunità di una nuova scoperta. Non sono molte le cose che appagano chi ama la musica come la scoperta di una nuova canzone. Bisogna sempre fare il conto con la delusione di non poter avere tutti gli originali se non in una vita di ricerche, ma io ho tempo.

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25/07/2013

Il peggio del peggio #1: anni ’80

Esistono varie categorie di dipendenza. L’ascoltatore normale compra i dischi che gli piacciono. Per il feticista musicale di medio livello, invece, alcuni dischi sono da avere assolutamente. Quello di livello avanzato guarda addirittura l’edizione del disco, consapevole che la ristampa di un album uscito nel 1969 non vale quanto la prima release. Purtroppo per me, per mia moglie e per il mio portafoglio, io appartengo a quest’ultima, disgraziata categoria. La lista degli album che devo avere aumenta di giorno in giorno, lasciandomi nella spiacevole condizione di desiderare sempre di più rispetto a quello che ho. Immagino che parecchi soffrano della stessa patologia. C’è solo da stare sereni perché è incurabile e non esiste nessuna medicina.

La galassia musicale è costituita da stelle brillanti, che emanano la luce abbagliante dell’eccellenza. È però altrettanto vero che esistono enormi buchi neri in questo universo, privi di qualsiasi luminosità e in grado di risucchiare l’energia positiva emanata dai pianeti vicini. Ci sono dei dischi, specialmente in alcuni periodi, che è bene non avere. Album che, per usare la definizione di un amico, sono musica per non udenti.

Gli anni ’80 sono un periodo particolare, caratterizzato da grandi cambiamenti ed enormi successi. Si parla poco però della fuffa, nonostante la sovrabbondanza di quest’ultima. Non è stato quindi facile scegliere i dieci peggiori lavori discografici di quel periodo. In realtà non voglio dare importanza a questi lavori ma, pensando al feticista musicale medio che vede nel pop anni ’80 la soluzione dei suoi problemi, questo articolo dovrebbe suonare come un fermo, tonante avvertimento.

10 – Thomas Dolby: The Flat Earth

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Questo disco è totalmente inutile. La possibilità di riuscire a sentire più di due canzoni è una sfida alla resistenza di qualsiasi ascoltatore. L’album, uscito nel 1984, è privo di picchi e sfrutta l’onda di una fortunata quattordicesima posizione nelle classifiche UK di quel periodo. Come ci sia arrivato è un mistero che nemmeno i Maya riuscirebbero a svelare. D’altra parte titoli come “I Scare Myself” e “Mulu The Rain Forest” parlano da soli.

9 – The Hooters: One Way Home

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L’album intendeva replicare il successo di Nervous Night, disco già di per sé discutibile. Il miglior uso possibile per questo lavoro è come ferma porta o per pareggiare una sedia traballante.

8 – Julian Lennon: The secret Value of Daydreaming

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Se bastassero i geni dei genitori per fare buona musica questo disco di Julian Lennon avrebbe potuto essere un capolavoro. Purtroppo i geni non bastano e Julian Lennon dal padre ha preso solo il naso. “Stick Around”, traccia d’apertura dell’album, è stata al primo posto della Mainstream Rock Tracks di Billboard magazine. Questo conferma l’anziana attitudine dei “giornalisti” di Billboard che stilano le loro classifiche basandosi sui numeri delle vendite.

7 – The Knack: But Little Girls Understand

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I The Knack sono il classico gruppo che si è perso dopo un singolo di grande successo. “My Sharona” infatti è probabilmente l’unica loro canzone che vale la pena di ricordare. Nonostante la media dei loro lavori sia ben sotto la sufficienza, l’album But Little Girls Understand riesce a raggiungere lo zero assoluto, riproponendo il concetto fisico di vuoto cosmico. L’LP in vinile è però ottimo per schiacciare le mosche sul muro.

6 – The Clash: Cut The Crap

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Mi piange il cuore, i Clash sono da sempre fra i miei preferiti, ma qui si pone una questione d’onestà. In inglese “Cut The Crap” significa “smettila!”, detto in maniera volgare e diretta. Può corrispondere al nostro “non rompermi i coglioni!” che è esattamente in linea col pensiero di qualsiasi mammifero senziente dopo 5 minuti di ascolto dell’album.

5 – A-ha: Scoundrel Days

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È inutile parlarne, gli A-ha fanno cagare.

4 – Bob Dylan: Down in the Groove

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Con tutta probabilità questo è l’album peggiore dell’intera discografia di Dylan. Il disco è stato modificato almeno tre volte prima di uscire, con  sei sessioni di registrazione per una lavorazione di quasi sei anni. È uno dei lavori con il maggior numero di collaborazioni, tutte prive di senso. L’apoteosi della barbarie musicale è “Death Is Not The End” realizzata con le liriche e i vocalizzi più inutili della Full Force, gruppo Hip Hop di Brooklyn. Per chi volesse approfondire, basterebbe mettere a confronto la canzone con la cover di Nick Cave del 1996.

3 – Cristopher Cross: Another Page

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Non sono mai stato un ammiratore di Cristopher Cross. Non lo considero un totale incapace, ma vorrei tanto riuscire ad odiarlo. Perché non esiste niente di peggio che la musica sciapa, quella che non suscita emozioni. Preferisco odiare una band, non sopportare un album, piuttosto che metter un disco che non mi dà assolutamente niente.

2 – Kiss: Music from the Elder

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L’unica cosa atipica del nono album studio dei Kiss è che, in otto anni di carriera precedenti l’uscita di questo obbrobrio, hanno deciso di non pianificare nessun tour per portare l’inutilità della tracklist di fronte ad un pubblico. Rendersi conto di un errore è importante, ma evitarlo sarebbe meglio.

1 – The Jim Carroll Band: Catholic Boy

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L’elemento più originale dell’album è la foto di copertina, scattata da Annie Leibovitz. Ascoltando una canzone che racconta i lutti vissuti da Carroll nella sua vita, “People Who Died”, anche io affronto il tema della morte. Augurandomi che mi venga a prendere prima della fine del disco.

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